Domenica 17 settembre (XXIV domenica del tempo ordinario), Cristina e Paolo Pellini (Comunità La Pietra Scartata, Diocesi di Milano, regione Lombardia) commentano il passo del vangelo secondo Matteo (Mt 18,21-35)

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 18,21-35)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Il commento di Cristina e Paolo
Nel capitolo 18 del vangelo di Matteo, da cui è tratto il brano di questa domenica, Gesù descrive come dovrebbe essere una comunità cristiana. Inizia con l’immagine dell’innocenza e della purezza dei bambini. Bisogna che i discepoli diventino come bambini per essere capaci di accogliere i piccoli, i deboli, i poveri, i sofferenti.
Passa poi all’immagine della pecora smarrita e invita alla correzione fraterna, fino ad arrivare al perdono reciproco.
Gesù vuole che la comunità sia così: accogliente e capace di correzione fraterna. Se il fratello è debole, non va scandalizzato. Se è smarrito, va cercato. Se è deviato, va corretto. Se ha peccato va sempre perdonato.
È per chiarire quest’ultimo concetto che Gesù racconta la parabola del servitore impietoso.
Il servitore senza misericordia doveva al suo padrone esattamente 600.000 volte quello che il suo sottoposto doveva a lui. Eppure, mentre il suo padrone, figura che rappresenta Dio Padre misericordioso, si commuove e gli condona il debito, lui non riesce a farlo nei confronti del suo sottoposto. Il re-padrone lo definisce “malvagio”.
Il messaggio del testo è chiaro: Dio Padre ci perdona tutto ciò di cui ci pentiamo sempre. Il sacramento della Riconciliazione, tramite la Chiesa, è a nostra disposizione per accogliere la grazia del suo perdono e della sua paternità. Così noi dovremmo perdonare a chi ci ha fatto del male. È evidente il richiamo al discorso della montagna e alla preghiera del Padre Nostro.
Noi genitori sappiamo perdonare quando un figlio ci offende? Noi figli sappiamo perdonare quando un genitore ci tradisce? Orgoglio ferito, rabbia, desiderio di vendetta offuscano troppo spesso mitezza, accoglienza e capacità di comprensione che sono ciò che dobbiamo chiedere al Padre con insistenza per riuscire a perdonare.
La via per una vita buona è segnata dalla capacità di accettare anche la rabbia e attraversarla per raggiungere la comprensione anche senza giustificazione. Forse per noi, che non siamo infinitamente buoni e giusti, sarebbe sufficiente questo anche senza arrivare alla riconciliazione con il fratello che ci ha offeso come il Padre fa con noi rinnovando la relazione. Ma non confondiamo il perdonare con l’ignorare che ne è l’esatto opposto in quanto annulla chi ci ha tradito.
Signore Gesù, donaci la capacità di perdonare. Donaci la dolce consapevolezza che siamo sempre perdonati dall’alto, così che anche noi saremo capaci di perdonare le nostre sorelle e i nostri fratelli. Sempre. Settanta volte sette.
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