Domenica 3 settembre (XXII domenica del tempo ordinario), Cristina e Claudio Cafarelli (Gruppo famiglie Regione Lombardia) commentano il passo del vangelo secondo Matteo (Mt 16,21-27)

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 16,21-27)
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni»..
Il commento di Cristina e Claudio
Il Vangelo di oggi, come sempre, ci tocca molto nell’intimo, affrontando, tra gli altri, il tema della sofferenza. “Dio te ne scampi!” dice Pietro a Gesù. Quante volte anche noi lo diciamo alle persone cui vogliamo bene e soprattutto ai nostri figli? È… naturale!
Eppure, dovremmo tenere a mente almeno due specificità della sofferenza.
1. Innanzitutto anche la sofferenza aiuta a crescere, a diventare uomini e donne in grado di affrontare le difficoltà della vita (lo è stato per i nostri genitori, lo è per noi e lo sarà per i figli che accogliamo).
2. Purtroppo, l’evitarci le sofferenze non rientra tra i superpoteri di Dio: come noi genitori non possiamo evitare le sofferenze ai nostri figli, così neanche Lui può. E poi… provate a immaginare di poter mettere i nostri figli in una campana di vetro: fossero anche anti-proiettili, a un certo punto morirebbero asfissiati.
No: evitare le sofferenze ai nostri figli non è una buona strada da percorrere.
Forse è meglio insegnare loro a “saper stare” nelle sofferenze (soprattutto con l’esempio), far loro sapere che noi ci siamo e saremo sempre per accoglierli e consolarli (proprio come Dio, nel senso che noi, poi, dobbiamo esserci davvero, senza abbandonarli MAI).
Alcuni dei figli che ci vengono affidati (in particolare se affidatici in adozione o in affido) hanno ancora di più questo bisogno perché hanno già vissuto (eccome!) le conseguenze di questa mancanza.
In questi casi, la nostra responsabilità nei loro confronti è ancora più grande che non se li avessimo generati noi stessi.
Dio ci sta sempre accanto e continua a chiamarci alla conversione e alla pienezza, dandoci indicazioni precise anche in questo brano (“… chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”). Anche noi siamo chiamati a fare lo stesso, come figli (dello stesso Padre) e come genitori dei nostri figli.
E siamo chiamati a farlo, consapevoli che dobbiamo sempre restare attaccati a chi ci può dare la Vita.
In questo senso, è davvero destabilizzante l’episodio vissuto da Pietro, a cui Gesù si rivolge chiamandolo “Satana!”
È destabilizzante soprattutto perché nei versetti precedenti, di fronte alla domanda di Gesù “E voi, chi dite che io sia?”, aveva appena risposto con una straordinaria professione di fede “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.
È destabilizzante anche perché “Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto (…) e venire ucciso” ma anche “risorgere il terzo giorno”. Quanto è importante ascoltare tutto ciò che ci dice Gesù e non fermarci solo alle sue prime frasi.
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