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L’abbandono “in pancia” di un bambino esiste

Davvero un bambino può sentirsi abbandonato nel momento in cui il legame con la madre è biologicamente e simbioticamente al più alto livello possibile? Una riflessione che parla di scelte e libertà

La lotta contro l’abbandono è, da sempre, la mission di Ai.Bi. – Amici dei Bambini, condivisa e sostenuta, naturalmente, da La Pietra Scartata. Si tratta di una lotta che vuole combattere l’abbandono in tutte le sue forme: da quelle più evidenti a quelle più nascoste. In quest’ultima categoria rientra senza dubbio “l’abbandono in pancia”, ovvero la sensazione che può provare il feto all’interno del corpo della mamma e che, secondo un lungo articolo pubblicato da Aleteia, dipende in maniera diretta dalla “qualità del legame e il livello di partecipazione e intensità affettiva e mentale” nei confronti dell’inevitabile e naturale legame che si crea fin dal concepimento tra mamma e figlio.

Abbandono in pancia e senso di colpa

Certo, parlare di “abbandono in pancia” è un po’ forte, ma serve a porre l’attenzione verso un aspetto della relazione che troppo spesso si dà per scontata e sulla quale, invece, serve riflettere meglio.
Il pensiero va facilmente alla pratica dell’utero in affitto, “la cui tragedia – scrive Aleteia – è che ignora la teoria ormai solidissima che tutto ciò che accade fin dai primi istanti di vita tra madre e figlio (ma anche padre) influirà sul bambino e la madre per sempre”.
La tesi sostenuta dall’articolo, infatti, è che “Il legame che l’embrione, poi feto e in seguito bambino, intrattiene e non solo subisce con la madre è talmente significativo e denso fin dai primi istanti che persino la percezione di essere abbandonati affettivamente può essere fatta già in utero. E accompagnarlo per la vita futura”.
L’obiettivo della riflessione, naturalmente, non è quello di spaventare o far sentire in colpa la madre (e più in generale i genitori) già prima che il figlio nasca, ma vuole essere uno spunto di riflessione su un tema non così dibattuto.
Non per nulla la domanda che chi scrive si pone è: “Vogliamo dare altre responsabilità alle mamme, già multitasking oltre il sopportabile, chiedendo loro di mettersi al lavoro per educare il figlio ancora prima che questi nasca?” Domanda ovviamente retorica, che vuole portare però a riflettere come la relazione che si instaura tra madre e figlio fin dal concepimento sia un “rapporto da nutrire, ma non con un elenco di cosa da fare, sessioni di esercizi da svolgere ogni giorno, integratori da assumere… quanto piuttosto come “un ambiente da frequentare”.

L’amore che supplisce

“Ciò che più di tutto condiziona lo sviluppo psicofisico del bimbo – prosegue l’articolo – è qualcosa di molto difficile da spiegare, perché ha a che fare con l’atteggiamento della madre: tutta una serie di elementi che comunicano affetto e cura nei confronti del nascituro. La cosa peggiore che il bimbo intrauterino possa sperimentare è il sentirsi “abbandonato” nel grembo materno”. Sembra un paradosso poter provare questa sensazione nel momento in cui il legame biologico è così forte e simbiotico, ma la realtà è che si tratta di un discorso di libertà: perché è dalla scelta di “aderire o meno, di dedicarsi o meno con tutto sé stesse al proprio bambino… [che] passa la possibilità dell’amore che supplisce”.
L’analogia che l’autrice propone è quella con l’amore del genitori adottivo, che “supplisce con tutto sé stesso alla mancanza del discorso biologico che non ha potuto intrattenere con il figlio e anzi ne riconosce il valore in chi lo ha intrattenuto”.
“Non si è madri solo perché si porta in grembo” una creatura, e quello che fa la differenza è “intrattenere un dialogo volontariamente orientato al bambino.
“Ciò che conta – è la conclusione chiarificatrice di tutto il ragionamento – non è mai la perfezione dell’esecuzione, lo svolgimento ineccepibile di un compito, ma l’esserci. Presente qui e ora come sono, come posso, a cantarti ninnenanne o a proteggerti dallo scoppio di una granata, quello dipende dal capitolo che ci tocca scrivere: quello che non verrà mai meno è il fatto che siamo scritti insieme nello stesso libro, rilegato per bene”.

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