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I “due momenti” del cammino verso Emmaus: (1)

Lungo questo cammino avvennero alcuni fatti davvero memorabili, di grande spessore simbolico, che è illuminante e paradigmatico non solo per la nostra vita di discepoli e di Chiesa, ma anche per la vita di tutti gli uomini

Il cammino verso Emmaus e la sua conversione diventa occasione di ispirazione anche per la spiritualità della accoglienza adottiva e affidataria.

Mentre l’introduzione alle sette tappe è QUI disponibile, in questa occasione viene pubblicata la prima parte della riflessione di don Maurizio Chiodi proposta in occasione di una lectio divina dedicata al brano evangelico.

Prima tappa

«Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi …?» Lectio di Luca 24,13-35 a cura di don Maurizio Chiodi

È straordinario, oltre che famoso, il Vangelo dei discepoli di Emmaus, raccontato solo dall’evangelista Luca. Questi due discepoli non erano di Emmaus, ma camminavano verso questo villaggio, a una decina di chilometri da Gerusalemme. Lungo questo cammino avvennero alcuni fatti davvero memorabili, di grande spessore simbolico, che è illuminante e paradigmatico non solo per la nostra vita di discepoli e di Chiesa, ma anche per la vita di tutti gli uomini, perché il Vangelo di Gesù è per tutti! Sono quattro i passaggi che scandiscono il racconto dell’evangelista. Ciascuno di essi è molto ricco e carico di significato. Io mi limiterò a darvi solo qualche piccolo suggerimento per la preghiera, per la riflessione, per l’esame di coscienza, personale e comunitario.

Un cammino triste e deluso

Il primo momento è quello del cammino triste e deluso.

Questi due discepoli stanno lasciando la comunità di Gerusalemme. È il giorno di Pasqua, ma loro non lo sanno. Sono passati tre giorni da quando Gesù è stato ucciso, crocifisso. Subito dopo il sabato, questi due discepoli se ne vanno via da Gerusalemme. Non sappiamo nulla di loro, solo il nome di uno dei due, Cleopa. Non erano dei Dodici, ma di un gruppo più largo di discepoli, forse dei settantadue di cui parla ancora Luca. Non sappiamo bene nemmeno perché si fossero messi in cammino verso Emmaus, se per necessità pratiche, o per la famiglia, il lavoro o per altro ancora.

Tuttavia sappiamo bene che erano profondamente tristi, amareggiati, delusi, sconfortati, scoraggiati. Proprio come capita molte volte anche a noi nella vita e come capita nella vita di una comunità cristiana, una parrocchia, un gruppo, un’associazione. Per tanti motivi ci possono essere divisioni, fratture. E allora a volte le strade si separano: si abbandona un progetto comune.

Questi discepoli sono personalmente molto toccati, mentre camminano conversano e discutono tra loro. Anche questo ci riguarda da vicino: sono come tre momenti fondamentali della vita: il camminare, l’ascoltare, il discutere. La vita è un cammino, spesso faticoso.

Al di là di questo però, il cammino dice un passaggio, un movimento, un’attività. Ci si sposta, non si sta fermi. Il cammino dice tensione a qualcosa, cambiamento, nuove possibilità. Il cammino di questi due discepoli è particolarmente faticoso, pesante, difficile. La parola aiuta questi due discepoli a capire quanto sta accadendo. Capiscono di non capire, ma almeno, parlando, si sforzano di trovare il senso degli eventi che stanno vivendo.

Dare parola al vissuto

Questo è importante anche per noi: ‘dare parola’ ai nostri vissuti, alle nostre esperienze, e anche ascoltare la parola degli altri, che stanno condividendo con noi il cammino della vita. A volte nell’ascolto reciproco vengono alla luce pareri diversi, e allora si discute, più o meno animatamente. Tutto questo accade ai due discepoli di Emmaus.

Proprio in questo frangente, a questi due uomini in cammino si accosta uno sconosciuto. Si avvicina e cammina con loro. L’evangelista ci avverte da subito che questo sconosciuto era Gesù ‘in persona’, così come nota: «i loro occhi erano impediti a riconoscerlo». Non potevano riconoscerlo.

Questo è un tratto comune a molte apparizioni di Gesù, specialmente le prime: non lo riconoscono. Questo significa che era diverso: il volto, la voce, il corpo del Risorto – pur conservando i segni e le ferite della Passione, come sappiamo da molti episodi – sono diversi da quelli del Crocifisso. C’è una discontinuità.

È Gesù stesso che prende la parola, per primo, interrogando questi due con una domanda che a loro appare banale: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi …?». Si stupiscono, i due discepoli. Al punto che si fermano, come per guardare questo sconosciuto in faccia. Sul loro volto la tristezza e la delusione.

Come li avrà guardati Gesù?

Ed esclamano: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme!» Come a dire: tutti ne parlano, in questi giorni, a Gerusalemme.

Gesù li stuzzica, con una nuova domanda, che li spinge a raccontare. È bello vedere questo interesse di Gesù ad ascoltare. C’è bisogno che noi raccontiamo a lui, viandante come noi, le nostre cose. Questo è il passo con cui inizia ogni preghiera: è lui che ascolta noi! Così questi due uomini ‘consegnano’ a Gesù la loro tristezza, la loro delusione: «Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele».

Quante volte anche a noi capita di rimanere delusi da Dio. Il suo modo di agire o la sua assenza ci sembrano incomprensibili, ingiustificabili. La nostra speranza è messa alla prova, le nostre attese sono deluse. Sono anche sconvolti, questi due. Raccontano che alcune donne erano andate al sepolcro, ma lo avevano trovato vuoto. E poi avevano detto di aver avuto una visione di angeli, che avevano detto loro che Gesù era vivo. Alcuni erano andati al sepolcro e lo avevano trovato vuoto, ma Gesù non lo avevano visto!

Questi discepoli sono sconvolti, confusi, disorientati, non sanno davvero più cosa pensare …

Stolti e lenti di cuore

Inizia così il secondo momento del racconto di Luca. Questo uomo forestiero, dopo aver ascoltato, finalmente prende lui l’iniziativa, la Parola. È una Parola che li scuote, li ‘converte’, …

Questo sconosciuto, per prima cosa, chiede loro con forza di abbandonare la loro stoltezza e la loro lentezza di cuore: «Stolti e lenti di cuore …». Non credono ancora alla Parola dei profeti. Sono ancora chiusi in se stessi. Non ascoltano la Parola di Dio.

Quante volte questo succede anche a noi. I nostri criteri di riferimento sono spesso tanto lontani dalla Parola di Dio. E così Gesù – sconosciuto – si mette a spiegare la Parola. Tutto nelle «Scritture» si riferisce a Lui: «Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». È forte quel «bisognava»: tutto quello che è accaduto è il compimento, sorprendente, della Scrittura, perché la gloria del Cristo doveva passare attraverso il patire.

L’amore, questa è la gloria del Cristo, doveva passare attraverso il suo rifiuto, caricandosi su di sé l’ostilità e la resistenza di chi non lo accoglie. Solo così l’amore va fino in fondo. Anche a noi è chiesto, oggi, di ascoltare le Scritture. Ascoltarle di più, meglio, più in profondità, meditarle, imparare a pregarci sopra. Nella Scrittura tutto si riferisce a Gesù, all’amore che in lui Dio ha riversato su noi.

Così, mentre parlano, i tre arrivano al villaggio dove erano diretti, Emmaus.

 

Per una completa ed organica lettura dei diversi contributi ospitati nel n. 14 di “Lemà sabactàni?” suggeriamo l’acquisto del fascicolo della rivista QUI.

 

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