Quel figlio che era solo annunciato come dono insperato e inaspettato, dono da attendere con pazienza, viene ora vissuto nella sua assenza come un diritto preteso, ad ogni costo e indipendentemente dalla fede
Tra i testi raccolti nel fascicolo n. 1 della rivista “Lemà sabactàni?” troviamo il contributo del biblista Davide Pezzoni (abbandono-accoglienza alla luce della Bibbia) il quale avvia il proprio contributo chiedendosi come la riflessione sulla Parola di Dio riesca a rintracciare nella Sacra Scrittura quelle linee di fondo che danno al cristiano il senso di ciò che vive, tracciando un percorso che porta alla realizzazione di ciò che Dio al principio riconobbe come “cosa buona”.
Consapevole della varietà dei metodi e degli approcci nella riflessione sulla Bibbia, Pezzoni illustra quanto la Bibbia ci rivela sulle realtà umane dell’accoglienza e dell’abbandono, lasciandoci provocare dalla realtà esistenziale, dai volti di quanti hanno diritto ad avere una famiglia e ne sono stati in qualche modo privati.
Proprio per il contatto con tali realtà, la Scrittura non può che aiutarci a leggerne le profondità e viverne il senso autentico, mentre ci offre la storia dei figli e fratelli Isacco e Ismaele con le dinamiche dell’accoglienza e dell’abbandono, vicende lette e comprese col contributo della teologia biblica.
Per una completa ed organica lettura del contributo di Davide Pezzoni, ricalibrato per esigenze redazionali in questa occasione, suggeriamo l’acquisto del fascicolo n. 1 della rivista. QUI
Oggi vi proponiamo la quarta tappa. Per leggere la terza QUI

Tappa 4
Una Parola del Signore è rivolta ad Abram, ma …
Come abbiamo precedentemente osservato, una Parola del Signore è rivolta ad Abram, proprio a lui, lo chiama in causa e lo coinvolge nell’ascolto e nell’assenso. Il Signore rinnova la sua promessa, si impegna ancora davanti al suo servo. Ma il v. 1 del capitolo 16 inizia proprio in questo modo, con un “ma” (mi sembra qui più probabile il valore avversativo della congiunzione, dato il contesto subito precedente e lo sviluppo successivo che pare evidenziare in negativo la mancanza di fiducia in Dio rispetto a ciò che il Signore aveva appena promesso, rispondendo positivamente alla difficoltà che Abramo lamentava).
Ma Sarai non ha la pazienza di attendere. Interessanti le considerazioni su questo passo che vengono fatte da mons. G. Ravasi nel suo Il libro della Genesi (12-50), alle pagine 59-61; qui cita anche una frase del commento al libro della Genesi di Calvino, che riporto in quanto mi pare significativo per il discorso che stiamo sviluppando: «Il Signore raschia la ruggine dalla fede del suo servo Abramo; essa aveva quasi soffocato la fede, mescolando alla parola di Dio l’invenzione sua e di sua moglie. Così, perché la fede di nuovo risplenda pienamente, viene tolto il superfluo perché Abramo non abbia altra sapienza che la parola di Dio».
Come sottolinea C. Westermann «Sara rivolge al marito un’esortazione che è preceduta dalla motivazione e seguita dallo scopo. In quest’unica frase è riassunto un periodo del matrimonio tra Abramo e Sara, che ha condotto a questa decisione. Del dolore e dell’amarezza di questo periodo non si dice nulla (cf. 1Sam 1); se ne avverte un’eco nell’“Ecco…!”. Dio ha chiuso il corpo di Sara. Le gioie e i dolori che i patriarchi e le loro famiglie sperimentavano erano decisi da Dio: anche quello che ora sta per succedere è connesso all’attività divina. L’esortazione di Sara a suo marito: “Unisciti alla mia schiava!” non si riferisce solo a un rapporto sessuale: significa che Abramo deve passare una parte del suo tempo con Agar, che deve nascere una confidenza tra di loro, che ora Sara deve dividere suo marito con un’altra donna. Sara può accettare questo, perché adesso ha una speranza: “forse potrò essere elevata per mezzo suo!”. Questa è un’espressione che fa ben comprendere la natura umana: la vita di una donna è felice, “elevata”, solo quando suo marito le dà dei figli» (cfr. C. Westermann, Genesi. Commentario, Casale Monferrato 19952, 133-134).
La sofferenza in cui Sarai si trova (sappiamo dalla tradizione ebraica quanto fosse difficile la condizione – soggettiva e oggettiva – della donna sterile nell’antico Israele) la rende incapace di trovare la via giusta. Consideriamo anche l’espressione in Osea (Os 9,14) “Signore, dà loro… Che darai? Un grembo infecondo e un seno arido!”, dove la sterilità è chiaramente castigo di Dio verso chi compie il male. Certamente in un contesto in cui è Dio lo Sposo del suo popolo infedele, Sposo che cerca di far “reinnamorare” la sposa, Sposo geloso, unico datore di vita. E se Anna impererà (cf. 1Sam 1), forse proprio dallo sbaglio della sua antenata, a rivolgere al Signore tutto il suo dolore, trasformandolo in una supplica angosciata, Sarai cade nella tentazione di sostituirsi ai tempi di Dio, scegliendo lei il modo che le sembra più adatto per risolvere il problema.
E Abram, che aveva ascoltato la voce di Dio, quella Parola rivolta proprio a lui, ascolta invece ora la voce di sua moglie … Se il figlio promesso è speranza di vita e salvezza, e la discendenza di un uomo è vista da Dio come possibilità di portare luce ad ogni nazione della terra, la decisione di sostituirsi alla promessa costruendosi il proprio bene realizza invece ciò di cui Babele è simbolo (Gn 11,1-9): la divisione, che porta al contrasto e infine all’odio.
La promessa di un popolo diventa per i due coniugi sterili da un lato desiderio che appare irraggiungibile, dall’altro assume la consistenza del diritto negato: quel figlio che era solo annunciato come dono insperato e inaspettato, dono da attendere con pazienza e da chiedere con fede di fronte alle domande suscitate da una situazione difficile (la vecchiaia, la mancanza di parenti, ecc.), viene ora vissuto nella sua assenza come un diritto preteso, il cui ottenimento passa attraverso l’autodeterminazione della modalità, ad ogni costo e indipendentemente dalla fede a cui si era appellata quella Parola da cui tutto era iniziato.
Un’autodeterminazione che non riconosce come la salvezza, il bene, non stiano solamente nel risultato promesso dalla natura stessa dell’essere umano, per come Dio l’ha pensata e per come la chiama a vivere (fondante rimane il racconto di Gn 1-3, in particolare si possono vedere i vv. 1,28-31 e 3,20), ma anche nel cammino compiuto per arrivarvi e nel mezzo utilizzato per ottenerlo. Si può leggere in questo contesto il v. 2,15 del libro del profeta Malachia: “E non ha egli fatto un essere solo, di carne in cui è spirito? E che cosa cerca quest’essere unico? Una posterità donata da Dio. Vegliate dunque sul vostro spirito e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza”.
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