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Storie vere di adozione. “Bambini dell’oblio, bambini della Provvidenza”

Già nei nostri discorsi di ragazzi, allorquando progettavamo il nostro futuro, era presente l’idea, probabilmente allora solo romantica, che la nostra sarebbe stata una famiglia allargata a figli non biologici. Dopo molti anni di quei figli apprendevamo i nomi: Manlia, Gabriele e Raphael

Quando in un caldo pomeriggio la telefonata da Belo Horizonte di suor Maria Luisa c’informò di tre bambini in stato d’abbandono, d’improvviso avvertimmo che per ragioni inspiegabili un dono meraviglioso stava per esser fatto alla nostra famiglia e alle nostre vite, che di lì a poco sarebbero radicalmente cambiate.

Da alcuni mesi, concluso l’iter burocratico della nostra pratica adottiva con l’ottenimento del certificato di idoneità, una serie di circostanze apparentemente non legate tra loro ci avevano condotto al numero di telefono di una suora che, in un paese capace di evocare in noi solo esotiche emozioni, aveva deciso di farsi strumento per la realizzazione di un imperscrutabile disegno per il quale i bambini dell’oblio diventano i figli della Provvidenza.

La nostra decisione di adottare era stata presa, al termine di una lunga e grave malattia che ci aveva duramente provati, non per un’accertata sterilità (un’attesa spontaneamente interrottasi testimoniava anzi l’esatto contrario), ma perché forse stanchi di salire scale di ospedali o forse perché un inconscio e sottile richiamo ci avvicinava ai nostri figli che in un luogo lontano stavano ad attenderci.

Già nei nostri discorsi di ragazzi, allorquando progettavamo il nostro futuro, era presente l’idea, probabilmente allora solo romantica, che la nostra sarebbe stata una famiglia allargata a figli non biologici.

Dopo molti anni di quei figli apprendevamo i nomi: Manlia, Gabriele e Raphael.

Non rimaneva che incontrarli, lasciare che i nostri occhi… le nostre mani terminassero l’opera che i nostri cuori stavano già producendo. Li incontrammo che erano sporchi, mal vestiti, denutriti, ma gioiosi e pieni d’iniziative. Non vi furono incertezze, parole di circostanza, timidezze nostre o loro: subito Gabriele si premurò di tenerci la macchina fotografica, Raphael ci commissionò un libro di Karate, Manlia informò che avrebbe dormito con noi; fummo subito la loro mamae ed il loro papai.

Nei mesi successivi fu chiaro quanto ci avessero attesi, quanto fosse stato grande il loro bisogno di rimozione di un passato doloroso e bruciante, di riferimenti affettivi certi, di appartenenza, insomma, ad una famiglia.

Manlia avrebbe, infatti, operato un vero e proprio transfert psicologico, che si manifestava quando chiedeva alla nonna che le cantasse le ninna nanna ascoltate da piccina o quando affermava di aver preso gli occhi, dal suo papà. Raphael avrebbe preteso che lo si chiamasse Alessandro e che fosse festeggiato il giorno in cui il suo cognome sarebbe cambiato. Gabriele si sarebbe più volte detto orgoglioso di possedere la saggezza della famiglia di cui portava il cognome.

Anche a noi, in più occasioni, i nostri figli sarebbero apparsi come frutto di una paternità ed una maternità biologiche, come quando, in sogno, l’arrivo di un quarto figlio avrebbe evocato le doglie provate alla nascita dei primi tre, o quando…

Tutto ciò accadeva perché essi, crescendo, ci mostravano come ogni bambino ha bisogno di essere accolto con gioia, con tenerezza, con cura, con lo stupore di chi assiste ad un prodigio irripetibile; come di quel bambino sei madre o padre se ne tuteli la vita, se lo aiuti a svilupparsi e realizzarsi in tutta la sua pienezza psicologica, affettiva, intellettuale e morale.

I nostri figli ci hanno anche detto che per un mero accidente si nasce in un certo luogo, si parla una certa lingua, si possiede un certo colore della pelle, si appartiene ad un certo ceto sociale, si porta un certo nome… È questa provata consapevolezza il dono ricevuto dai nostri figli.

Pensieri e riflessioni di Irene e Luigi

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