VENERDÌ 24 giugno. Solennità del Sacratissimo cuore di Gesù. Don Massimiliano Sabbadini (Consigliere spirituale della Comunità La Pietra Scartata) commenta il passo del Vangelo secondo Luca (Lc 15,3-7)
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15,3-7)n quel tempo, Gesù disse ai farisei e agli scribi questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione».

Il commento di don Massimiliano
Un amico mi ha confidato una volta che lui è certo dell’intervento provvidenziale di Dio nella sua vita perché sa di essere una “pecora smarrita”, che proprio non riesce a stare nel recinto sicuro delle norme religiose, ma che si affida alla sconfinata premura del Padre misericordioso che sempre riesce a salvarlo, non senza gioiosa soddisfazione e, forse, anche con un pizzico di ironia.
Confesso che il mio animo farisaico non prese troppo seriamente questo orientamento, presupponendo che la “vera fede” dovrebbe forse esprimersi diversamente. Ebbene, alla prova di fatti, curiosi, realmente accaduti, chi tra noi due avrà alla fine ragione?
La parabola evangelica non lascia margini di interpretazione: Gesù, in contrasto con la concezione religiosa del tempo (solo di allora?), annuncia la salvezza di Dio offerta non tanto a quelli che se ne siano e se ne sentano resi degni mediante le loro opere virtuose, di penitenza ed espiazione, quanto a tutti coloro che si riconoscono peccatori. Dio solidarizza con l’escluso e il bisognoso, si prende cura e va alla ricerca del perduto e fa festa per il suo ritrovamento.
L’immagine del buon pastore che va in cerca della pecora perduta è famigliare ai lettori dell’Antico Testamento, invitati a riconoscere così l’agire di Dio stesso (cfr. Ezechiele 18,23; 33,11; 34,11; Geremia 23,3). Dio è fatto così: vuole la vita e la salvezza del peccatore e di questo si rallegra e gioisce. La conclusione della parabola lo afferma chiaramente e in forma paradossale: “Vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione”. E l’introduzione di Luca al capitolo 15, interamente dedicato alle tre “parabole della misericordia”, è ancora più esplicita nel rivolgersi ai farisei e agli scribi («egli disse loro questa parabola») che mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
L’insegnamento di Gesù vuole dunque raggiungere noi! Sia che ci riconosciamo peccatori, ma non così fiduciosi nella libera e gratuita iniziativa del Padre nei nostri confronti, sia che ci ritroviamo tra quelli che mormorano dall’alto della loro presunta (e presuntuosa) giustizia.
Tante volte, anche nelle circostanze della vita familiare, pensiamo e agiamo come gli scribi e i farisei, quasi mai riconoscendolo, anzi facendo sempre più leva sulle nostre ragioni, sulla giustizia di cui siamo depositari e interpreti assoluti. Non ne viene sicuramente gioia per le nostre relazioni più intime e per i nostri legami che pensiamo tutti improntati all’amore.
Raccogliamo allora volentieri e con decisione l’invito alla conversione che ci viene dal Vangelo che, non a caso, viene oggi proclamato nella liturgia della Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù. Dal centro propulsore dell’amore di Dio, dal profondo della Sua identità rivelata dal fianco aperto di Cristo crocifisso come sorgente perenne dell’amore totale e per tutti, deriva la possibilità per ciascuno di noi di attingere quello stesso amore per vivere poi protesi a interpretare il più possibile il perdono, la comprensione, la ricerca paziente del bene di chi sbaglia e di chi pensa di essere nel giusto, l’accoglienza di ciascuno come fratello, figlio, amico, tutti ugualmente amati e salvati dall’unico Signore.
E così c’è gioia, per noi e per Dio stesso!
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