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Cosa significa la quarantena per un adolescente che vive in una comunità educativa?(8)

Non c’è nessuno, il nulla intorno a loro si rispecchia, riconoscendosi, nel vuoto all’interno delle loro anime tradite da ombre di genitori non più presenti.

Cosa significa entrare come educatore in una comunità di accoglienza? Che cosa significa trovarsi faccia a faccia con l’urlo dell’abbandono?

Sono trascorsi 4 mesi dalla fine dell’esperienza di Davide Pellini, come educatore di comunità di accoglienza per minori, ma il ritorno, per una visita di cortesia ai ragazzi della struttura, lo catapulta nuovamente, corpo, mente e cuore vicino alla sofferenza dei “suoi” ragazzi.

Per leggere la settima puntata dei diari QUI

 Mese + 6, Intorno a Natale…

 Sono passati sei mesi dalla conclusione del mio lavoro come educatore di comunità di adolescenti.

Questo non è un racconto perché manca la trama. È un “poco pratico” momento di nostalgia, neanche troppo convinto, e stupido… del resto, non tornerei indietro.

Si può quindi parlare di nostalgia?

Come buon ex-studente di psicologia organizzativa dell’Università Cattolica di Milano, mi tocca sostenere che “mi piacciono le sfide”, insegnata come frase passe-partout per i colloqui di lavoro, e l’anno abbondante di lavoro in comunità, a 50 km da casa, in piena pandemia, lo è stata. Decisamente. Ma l’attività di compatire il dolore di quei ragazzi fuori famiglia non riesce a generare vera e propria nostalgia. Prima di tutto perché reputo siamo naturalmente portati, chi conserva la sanità psichica almeno, a fuggire dai traumi; il secondo in quanto la nostalgia implica una lontananza, che l’esperienza di accompagnamento della sofferenza, mentale e sociale, di una quindicina di adolescenti non ti permette più. È sempre attuale, diventa questione somatica. Perché Platone in comunità, per usare il gergo del luogo, potrebbe “farsi fottere”: sono le categorie della mia mente ad adattarsi a quello che ho visto, non ci sono idee a cui tendere ma è l’operazione di fare nuovo simbolo di ciò che viene dal basso, da molto in basso.

La lontananza fisica, invece, avrei provato volentieri a risolverla poco prima di impegnare il mio stomaco nella digestione dei pasti natalizi. Le visite mensili in comunità, da quando ho finito di svolgere il mio incarico di educatore, sono state la mia modalità di dimostrare, a loro e a me stesso, di non aver mai voltato pagina una volta intrecciata la mia storia di vita con le loro. Inoltre, queste sono una personale ed egoistica piccola redenzione dai personalismi del quotidiano quando, alla loro richiesta di cosa ci faccia in comunità, io rispondo con un conciso e scenografico “per te”. Ogni volta che vado lì la stessa domanda, non si capacitano di come loro stessi possano giustificare una mia visita. Eppure, sanno che per andare in comunità, dopo il lavoro, mi allontano di una trentina di chilometri dal fuoco domestico. Sono gli “ultimi” e, purtroppo forse, lo capiscono.

Eppure, questa volta non sono potuto andare…

Tre ragazzi, sani, si sono presi il Covid, asintomatici, nulla di grave, dovrebbe essere. È quasi Natale, non si è abbattuta su di loro una sfiga particolare, poiché in questi giorni quante persone si sentono dover passare le festività in quarantena? Moltissime. La vita che improvvisamente si svuota, di attività come di compagnia. Una, breve e leggera, esperienza di prigione alla quale si resiste impegnando la propria mente nell’immaginare il bello che verrà poi o nel rammarico di ciò che non è stato. Comunque sia, si cerca di riempire uno spazio vuoto con ciò che sarà o ciò che sarebbe dovuto succedere. Il cenone, i ravioli della mamma, gli affetti, la vecchia zia…

È invece qualcosa di grave.

Immaginarli nella loro stanza, in quarantena, tre ragazzi, tre equipaggi una volta salpati e ora persi tra le onde senza mappe o stelle a cui guardare. L’assenza di vicinanza fisica non viene compensata da una vicinanza emotiva, per chi è abbandonato. Non c’è nessuno, il nulla intorno a loro si rispecchia, riconoscendosi, nel vuoto all’interno delle loro anime tradite da ombre di genitori non più presenti. Il contenimento fisico, spesso l’unico in grado di colmare temporaneamente i buchi presenti nella loro psiche, ora viene auto-indotto, inconsapevolmente, da una situazione di incertezza che non trova nella quarantena nulla di nuovo.

Che festività di merda quest’anno con il Covid”, si dice. Eppure, avere qualcuno a cui dover rinunciare, causa quarantena da fare, renderebbe il Natale di questi ragazzi il migliore della loro vita.

Soli, vuoti. Come questo racconto di Natale a cui manca la trama.

Davide Pellini

 

 

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