L’accoglienza, motivata nel modo giusto, permette di ridescrivere certi gesti anche drammatici di abbandono all’interno di un “processo di dono”. È quanto si compie nella Pasqua del Figlio, abbandonato e glorificato.
Sul numero 4 della rivista “Lemà sabactàni?”, il teologo Alberto Cozzi (vicepreside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e preside dell’ISSR di Milano), ha dedicato un lungo contributo a una riflessione sul tema dell’abbandono, provando a porsi in ascolto di chi abbandona e indagando se possa essere considerato uno scandalo cercare e trovare un dono nell’abbandono.
Cozzi pone in evidenza come la vera sfida per la fede sia proprio cercare di scoprire il senso e le dimensioni dell’abbandono della croce, il luogo dove Dio Padre abbandona Gesù Figlio. Tale comprensione non si rende disponibile senza entrare nell’intimità delle relazioni trinitarie, tra Padre e Figlio nello Spirito del loro amore. Solo da questa prospettiva si possono sentire le armoniche della relazione di abbandono/consegna tra Padre e Figlio, fino a percepire un «dono nell’abbandono» che trasforma i legami e le relazioni tra figli di Dio in un processo di trasfigurazione della realtà.
Qui, proponiamo il contributo di Alberto Cozzi suddividendolo in 11 tappe, introdotte da una riflessione di Gianmario Fogliazza che si può leggere QUI.
Il percorso è diviso in undici tappe. Questa è la nona
(Per la ottava, QUI)
Nona Tappa
C’è un «dono» nell’abbandono?

Rimane tuttavia una domanda centrale nell’esperienza dell’abbandono sulla croce. Quando si legge nel grido del Figlio Gesù l’abbandono da parte di Dio Padre, si può percepire “un dono nell’abbandono”?
Evidentemente si tratta di ripensare all’esperienza del “dono”.
L’intuizione da raccogliere dalla recente riflessione sul dono, condotta con tenacia in ambito filosofico e teologico a partire dalle sollecitazioni della sociologia e dell’antropologia culturale, può essere sintetizzata in questa idea: il “dono” non è una cosa, ma neppure un’intenzione, bensì “un processo” che si realizza tra un donatore e un destinatario del dono (si vedano a titolo di esempio e come prima introduzione: Aa.Vv., Il dono. Tra
etica e scienze sociali, Roma 1999; S. Currò, Il dono e l’altro, Roma 2005. All’origine di tante considerazioni si trovano le riflessioni di M. Mauss e di J. Derida, ma anche la fenomenologia del donare di J.L. Marion. Si veda ad esempio, J.L. Marion, Ètant donné. Essai d’une phénoménologie de la donation, Paris 1997).
Tale processo, nel suo realizzarsi, ri-descrive i legami tra i soggetti e crea rapporti nuovi. Potremmo dire che trasforma la realtà (lo scambio sociale, ma anche il significato delle cose, la logica dei rapporti). Si tratta, dunque, di un avvenimento, di un evento che accade e mentre si realizza ridisegna e trasforma le relazioni e lo spazio sociale (legami, diritti e doveri, attese, speranze). Un simile processo trasformatore è qualcosa di originario, inscritto da sempre nelle relazioni umane e non una
possibilità remota o occasionale del comportamento.
Lo spazio sociale è proprio organizzato sul dono e in questo processo acquistano significato i gesti e le persone costruiscono la loro identità.
Questa intuizione è interessante e va assunta all’interno della nostra indagine: come è percepito l’abbandono quando è assunto in un processo di dono? Cosa fa di un abbandono un gesto di dono? Possiamo dire che l’accoglienza, motivata nel modo giusto, permette di ridescrivere certi gesti anche drammatici di abbandono all’interno di un “processo di dono”. È quanto si compie nella Pasqua del Figlio, abbandonato e glorificato.
Nel dono c’è quindi un abbandono? Occorre tenere in vista il carattere originario dell’esperienza del dono. In essa il soggetto sperimenta l’altro come realtà donata, che fa irruzione gratuitamente nella sua vita, al di là di una logica di calcolo o dominio. Ma allo stesso tempo il soggetto percepisce se stesso come donato, consegnato a sé in un dono che precede ogni suo progetto o intenzione.
Da questa singolare e ricca esperienza deriva l’intuizione che per vivere il dono in tutta la sua forza di esperienza originaria e fondante lo si deve realizzare in maniera radicale e così coinvolgente che il soggetto “nel dono si abbandona”. Ciò significa entrare in un nuovo ordine di relazioni, un livello in cui si svela la verità di ogni altro ordine etico di rapporti. Il “dover-essere” (etica) si scopre sempre fondato su un dono dell’essere che crea relazioni, rimandi, attese.
L’abbandono nel dono deve permettere di realizzare nella relazione tutta la forza del donare (la logica del dono), introducendo a una nuova profondità dell’esperienza di sé e dell’altro.
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