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Amoris Laetitia (9). Il perdono in famiglia

Senza il perdono, il rischio è di continuare a rimarcare le stesse mancanze del coniuge entrando in una spirale da cui non si riesce più a uscire

Il 19 marzo 2021 è cominciato l’anno “Famiglia Amoris Laetitia”, che si concluderà il 26 giugno 2022 con l’inizio dell’Incontro Mondiale delle Famiglie, in programma a Roma a dieci anni esatti di distanza da quello di Milano del 2012.

L’8 dicembre scorso, festa dell’Immacolata Concezione di Maria, Papa Francesco ha proclamato anche l’anno speciale di San Giuseppe.

Stiamo vivendo, quindi, un doppio “anno speciale” che mette felicemente insieme, al centro, la famiglia e colui che, avendo saputo costudire la Sacra Famiglia, è un modello e un intercessore per tutti i papà (e tutte le mamme) di tutti i luoghi e di tutti i tempi.

Per aiutare ad approfondire i temi della famiglia e dell’amore coniugale, a cinque anni dalla pubblicazione di Amoris Laetitia, Papa Francesco ha invitato tutti i fedeli a “fare il punto della situazione”, donando un piccolo e prezioso vedemecum sull’amore coniugale e famigliare ed esortando a non considerarci mai arrivati all’obiettivo, ma a continuare a confrontarsi con il testo, per rimettersi in discussione e, se necessario, in cammino.

In particolare, il quarto capitolo è dedicato all’amore nel matrimonio, con un richiamo al famosissimo brano biblico, che nella tradizione cristiana viene chiamato “inno alla carità”. Proveremo ad approfondire la lettura che il Papa propone della carità e delle sue caratteristiche attraverso 16 contributi, coprendo così l’intero anno dedicato alla lettura, allo studio e all’approfondimento di Amoris Laetitia.

Puntata 9

(per rileggere la puntata n. 8 QUI)

Il perdono 

Siamo giunti questo mese al nono passo (ottavo sotto capitolo del capitolo quarto di AL e ottava caratteristica della carità) del nostro cammino di riflessione sulla prima parte del capitolo quarto dell’esortazione apostolica di Papa Francesco Amoris Laetitia, pubblicata nel 2016, che tratta di quello che la tradizione della Chiesa ha definito l’“Inno alla Carità paolino”, tratto dalla prima lettera di San Paolo ai Corinzi (capitolo 13, versetti 4-7): “La carità è paziente, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.

Ricordiamo ancora che Papa Francesco ha dedicato ben 31 numeri della sua esortazione apostolica Amoris Laetitia (dal numero 89 al 119, quasi un decimo dei numeri dell’intero documento) alla descrizione delle caratteristiche e dei frutti maturi della carità, mettendoli in rapporto all’amore sponsale, genitoriale e filiale nella quotidianità della vita familiare. Questo a sottolineare quanto l’amore coniugale sia fondamento della famiglia, della Chiesa e della vita sociale.

Le prime sette caratteristiche e frutti maturi della carità, di cui abbiamo proposto un approfondimento nei mesi scorsi sono quelli della pazienza, della benevolenza, della guarigione dall’invidia, dell’umiltà, dell’amabilità, del distacco generoso, dell’assenza di violenza interiore.

In queste poche righe esamineremo i numeri dell’esortazione dal 105 al 108, dedicati dal Papa al perdono, così infatti Francesco riassume l’espressione paolina “la carità … non tiene conto del male ricevuto”.

Francesco ci dice a chiare lettere che non saremo mai capaci di perdonare i fratelli, il coniuge, i figli, i genitori, se prima non perdoniamo noi stessi, se non riconosciamo e accettiamo il nostro limite che si scontra inevitabilmente con il limite dell’altro.

E dove possiamo attingere questa capacità di perdonare noi stessi? Papa Francesco è chiaro: dal perdono che Dio ci concede. “Dall’esperienza di essere perdonati da Dio” (AL 108). In questo modo il nostro Papa fa riferimento implicito al sacramento della riconciliazione. Attraverso questo sacramento facciamo esperienza della giustificazione che Dio ci concede “gratuitamente e non per i nostri meriti”(AL 108). Siamo così “raggiunti da un amore previo a ogni nostra opera” (AL 108), che incoraggia, consola, promuove, stimola, comprende, ci rimette al nostro posto e che “offre sempre una nuova opportunità (AL 108) spingendoci sempre a ricominciare con nuova energia serena e libera da aspettative eccessive, con una nuova speranza. Attraverso la confessione e la comunione riceviamo quella forza che proviene dallo Spirito Santo e che ci rende capaci di “perdonare gli altri quando sono stati ingiusti con noi” (AL 108).

Questo è particolarmente importante in famiglia. Esercitare l’arte del perdono tra le mura domestiche fa sì che la famiglia non diventi “uno spazio di tensione permanete e di reciproco castigo” (AL 108), dove, continuamente, ci si rimprovera e ci si punisce l’un coll’altro. All’opposto la famiglia, abitata da persone allenate al perdono reciproco, diventa un “luogo di comprensione, di accompagnamento e di stimolo” (AL 108) reciproco, dove tutti noi siamo resi in grado di dare il meglio di noi stessi, nella famiglia stessa e nella società.

Non sono da sottovalutare i bisticci coniugali, quelli che si ripetono, diventando tormentoni, spesso legati a specifiche situazioni a volte anche poco significative. Possono essere frutto di orgoglio ferito che, seppur nel bene voluto all’altro/a, non riesce ad andare oltre il qui ed ora con la pazienza e la benevolenza a cui Papa Francesco ci richiama, senza rabbia.

Anche nella quotidianità della vita familiare ci vuole la creatività e la volontà, nonché l’affidamento reciproco, per affrontare i piccoli e grandi ostacoli che ogni relazione vera, profonda e “per sempre” pone. Dal tubetto del dentifricio strizzato male alle incomprensioni per l’educazione dei figli, tutto richiede attenzione e accoglienza anche di se stessi per sfociare in perdono sincero. In fondo, a ben pensarci, quando una moglie (o un marito!) è fissato sul fatto che una cosa per essere fatta debba essere fatta esattamente nel modo che lei (o lui) ritiene giusto, non riconoscendo che ci possono essere alternative altrettanto valide, non riconosce la propria cocciutaggine, non si apre ad un’altra via possibile, nasconde la propria insicurezza dietro a pseudo-certezze, dietro alla propria rigidità perché nulla venga messo in discussione.

Riconoscere la propria debolezza implica necessariamente o la negazione della stessa (meglio non riconoscere per non cedere) o il perdono, ossia uno sguardo di tenerezza nei propri confronti che nasce dal sentire lo stesso sguardo tenero, giusto e misericordioso di Dio su ognuno di noi.

A volte della sana autoironia potrebbe essere il modo migliore per superare queste impasse familiari: cosa c’è di più divertente e rasserenante del riuscire a sorridere dei propri difetti per guardare con lo stesso sguardo i difetti del coniuge? Con questa autoironia e con un po’ di creatività, forse anche il tubetto del dentifricio strizzato male può diventare una moderna scultura in divenire quotidiano?

Facciamo tanta attenzione, dunque, al rancore che, se non combattuto, tende a espandersi e a radicarsi nei nostri cuori. Se c’è rancore nel cuore del marito nei confronti della moglie, se c’è rancore nel cuore della sposa nei confronti del coniuge, “qualsiasi errore o caduta del coniuge può danneggiare il vincolo d’amore e la stabilità famigliare” (AL 105). Attenzione dunque! Il rischio è di continuare a rimarcare le stesse mancanze del coniuge entrando in una spirale da cui non si riesce più a uscire. È giusto rivendicare i propri diritti all’interno della coppia, ma questo va fatto nel modo giusto, in modo pacato e garbato, altrimenti, invece di una “sana difesa della propria dignità” (AL 105) avremo una “costante sete di vendetta” (AL 105) che, a lungo andare, minerà alla base il rapporto coniugale.

Questa sete di vendetta è uno dei i cosiddetti “corrosivi” della coppia, causa di quel logorio che può provocare strappi irrecuperabili. Per questo Francesco ci ha invitati più volte a non andare a dormire senza un sorrisouna carezza, una preghiera. Segni del fatto che i bisticci del giorno non hanno leso il legame familiare. Il riuscire a fare un gesto affettuoso al coniuge o ai figli con cui ci sono state tensioni, significa riconoscere che qualcosa di più grande, di più prezioso dà futuro a tutta la famiglia.

Il Papa di Buenos Aires poi, in AL 106, ci rinvia a quanto espresso dal Papa di Wadowice nella sua esortazione apostolica Familiaris Consortio del 1982 (incentrata sul ruolo della famiglia cristiana nel mondo moderno). Wojtyla afferma che la comunione famigliare presuppone un grande spirito di sacrificio e una grande disponibilità al perdono, alla tolleranza e alla comprensione. Il rischio per la comunione famigliare è di essere aggredita mortalmente da egoismo, disaccordo e tensioni. Bergoglio ci porta quindi, in AL 107 e 108, a trovare la fonte del perdono che è, come abbiamo già detto, il perdono di Dio, gratuito, senza condizioni, pieno d’amore, e il dono dello Spirito Santo che ci porta a riconoscere e accettare i nostri limiti, a guardarli con benevolenza, a “pregare colla nostra storia”, come afferma il Papa con una bellissima espressione che compare in AL 107. Se sapremo perdonarci, sapremo perdonare anche i fratelli.

Il perdono per noi stessi lo possiamo trovare anche nella preghiera che si affida riconoscendo di dover fare del proprio meglio, ma anche che il nostro meglio non può essere mai la perfezione.

Aiutaci, o Santa Trinità, a essere così, misericordiosi e pronti al perdono come ci chiede di essere il Santo Padre, perché da soli nulla possiamo, ma con te tutto possiamo sperare. Amen

Cristina e Paolo Pellini

 

 

 

 

 

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