Si può da soli arrivare a perdonare perfino colei che ti ha abbandonato? E così “risolvere definitivamente il proprio passato?

Il fascicolo n. 12 della rivista “Lemà sabactàni?”, in continuità con la sequenza di incontri proposti nel cammino di esplorazione del mistero dell’abbandono e dell’accoglienza nella storia della salvezza, affronta la vicenda di Giuseppe, figlio di Giacobbe, narrata in uno dei racconti più affascinanti e coinvolgenti di tutta la Bibbia. Più ci si accosta alla storia di Giuseppe, più le identificazioni e le convergenze con le condizioni di abbandono e di accoglienza note nel percorso adottivo emergono e si attivano, suscitando ulteriore rielaborazione circa l’interpretazione di tali esperienze, rilette alla luce della Parola di Dio capace di svelarne l’autentico senso.
Griffini verificherà similitudini e analogie della storia di Giuseppe sia con la condizione di Gesù in croce, sia con le esperienze dei figli abbandonati e dei genitori che li hanno accolti.
Seguendo le orme di Giuseppe lungo un itinerario segnato da due grida, quello dell’abbandono e quello del perdono, Griffini si propone di indagare se anche dal grido di abbandono di Giuseppe trovi origine quel cammino che porta alla salvezza: “vogliamo, ancora una volta, comprendere se è vero che il Padre non ti abbandona ma, anzi, ti benedice”.
Il percorso è diviso in nove tappe. Questa è la sesta.
(Per la quinta tappa QUI)
Sesta tappa
Il Perdono
Il perdono è l’incontro più bello e più vero. È riconoscere che nel tuo passato è esistita una persona, in carne ed ossa, che comunque ha avuto un ruolo importante per la tua vita: è stata colei, che, bene o male, ti ha aperto e lanciato nel tuo destino.
“Povera mamma!” Come i fratelli presi dal timore sono ora davanti a Giuseppe ad implorare il suo aiuto, così anche lei è ora di fronte a noi, come lo era allora, nel momento della sua tremenda decisione: spaventata, terrorizzata, … drammaticamente sola!
Non è per nulla facile perdonare e così riconciliarsi con il proprio passato: guardate Giuseppe quanta fatica ha fatto. Andrebbe riletto bene cosa ha fatto da quando ha incontrato i fratelli per la prima volta a quando, finalmente, si è poi rivelato a loro.
Lì c’è dentro tutto: il desiderio, magari celato, di vendetta; il sospetto; la paura di essere nuovamente ingannato; la cattiveria (quasi come giocare “al gatto con il topo”); la furbizia; … e quanto tempo è passato fra il primo incontro e l’abbraccio liberatorio! Insomma, non è stato facile per Giuseppe perdonare.
Ma – si interroga Rupnik – l’uomo può, da solo, arrivare a tanto? Perdonare perfino colei che ti ha abbandonato? E così “risolvere definitivamente il proprio passato?” La sua risposta è netta: “senza l’intervento di Dio e della Sua Grazia, l’uomo potrà (solo) compiere un’operazione psicologica, un’igiene della sua psiche, una integrazione razionale affettiva” (cfr M. I. Rupnik, Cerco i miei fratelli, Roma 2008, p. 48). Anche Rahner è dello stesso parere: “Il perdono è il più grande e incomprensibile mistero dell’amore di Dio” e questo è eccezionale “perché in esso Dio comunica se stesso” (cfr K. Rahner, Lasciarsi perdonare, Brescia 1985, p. 32).
Per perdonare colei che “ci” ha abbandonato occorre, quindi, la coscienza dell’intervento di Dio nella nostra vita. Si potrà quindi perdonare se si inizierà a chiedere l’intervento di Dio anche per il nostro passato, per “quella persona”, cioè se si inizierà a pregare per lei: pregare per chi ci ha abbandonato!
Pregare per chi ha abbandonato mio figlio. Chiedere il bene per chi ci ha fatto del male.
Non chiedere il “perché mi hai abbandonato?”, ma invocare la benedizione di Dio su chi mi ha abbandonato.
Fine sesta tappa
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