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Marco Griffini. Il grido del perdono: La “prima” adozione (2)

Giuseppe viene messo in carcere e la sua “prima” adozione sembra essere fallita! E il male sembra aver vinto!

Il fascicolo n. 12 della rivista “Lemà sabactàni?”, in continuità con la sequenza di incontri proposti nel cammino di esplorazione del mistero dell’abbandono e dell’accoglienza nella storia della salvezza, affronta la vicenda di Giuseppe, figlio di Giacobbe, narrata in uno dei racconti più affascinanti e coinvolgenti di tutta la Bibbia. Più ci si accosta alla storia di Giuseppe, più le identificazioni e le convergenze con le condizioni di abbandono e di accoglienza note nel percorso adottivo emergono e si attivano, suscitando ulteriore rielaborazione circa l’interpretazione di tali esperienze, rilette alla luce della Parola di Dio capace di svelarne l’autentico senso.

Griffini verificherà similitudini e analogie della storia di Giuseppe sia con la condizione di Gesù in croce, sia con le esperienze dei figli abbandonati e dei genitori che li hanno accolti.

Seguendo le orme di Giuseppe lungo un itinerario segnato da due grida, quello dell’abbandono e quello del perdono, Griffini si propone di indagare se anche dal grido di abbandono di Giuseppe trovi origine quel cammino che porta alla salvezza: “vogliamo, ancora una volta, comprendere se è vero che il Padre non ti abbandona ma, anzi, ti benedice”.

Il percorso è diviso in nove tappe. Questa la seconda.

(Per la prima Tappa QUI)

SECONDA TAPPA

La “prima” adozione 

“Ma il Signore fu con Giuseppe” (Gn 39,2).

Noi siamo testimoni di questo passo della Parola di Dio: Giuseppe è stato abbandonato dagli uomini, i suoi fratelli, ma non da Dio.

Giuseppe viene accolto quasi come un figlio; anzi forse meglio di un figlio: Potifar, il suo padrone, “gli diede in mano tutti i suoi averi e non si occupava più di nulla se non del cibo che mangiava” (Gn 39,6). Sembra che tutto sia finito qui: è stato abbandonato, trasferito in un altro paese, ha trovato una nuova casa e forse una nuova famiglia anche se un po’ sui generis, ma che comunque dimostra di avere una grande fiducia in lui, tanto da affidare nelle mani del nuovo arrivato il proprio destino.

“La mia fortuna sarà la tua fortuna; la mia disgrazia sarà la tua disgrazia”, sembra dire Potifar. Proprio una sorta di adozione con la quale Giuseppe entra non nella relazione famigliare ma in quella economica, per alcuni molto più importante e pregnante della prima.

Io Potifar sono tuo padrone perché tu sei il mio schiavo; ma ti ho fatto, Giuseppe, padrone del mio destino: decidi tu che cosa sia meglio per la nostra vita”. Tutto finito dunque? Sembra di sì. Pare, in effetti, che la maggior parte delle adozioni finiscano qui: il figlio adottato entra in casa nostra, nella nostra famiglia e con vicende di alti e bassi (a volte più bassi che alti!) viviamo, giorno dopo giorno, la nostra vita. Sembra che la adozione abbia definitivamente sconfitto l’abbandono e il suo male. Ma alcune adozioni (tante? Poche? Non ci è dato saperlo) non finiscono qui e comunque, la storia di Giuseppe continua e ci svela che il male scatenato dall’abbandono sta sempre in agguato.

Il male dell’abbandono

Sembra quasi assurda nel contesto della storia di Giuseppe la vicenda della seduzione da parte della moglie del padrone, ma lo sappiamo che il male è subdolo e talvolta usa forme e metodi inusuali, le persone più impensate …

M.I. Rupnik ci ricorda che “la donna invita Giuseppe ad unirsi a lei; cioè a cedere alla tentazione del sesso, ma in realtà il vero scopo della tentazione va oltre: distruggere tutte le missioni che Giuseppe porta nel cuore” (cfr  M. I. Rupnik, Cerco i miei fratelli, Roma 2008, p. 53).

In trenta anni di attività con quasi tremila adozioni all’attivo quante ne abbiamo passate! Oramai ci sembra quasi di vederlo: il male che cerca ogni modo, ogni occasione per ostacolare e impedire la salvezza di chi è stato abbandonato! Qui una domanda: è proprio vero che ogni abbandono scatena il male oppure certi abbandoni sì e altri no?

Certo l’invito da parte di tutti, specialmente gli esperti, è a non sottovalutare mai il dramma dell’abbandono: prima o poi può ritornare quel “fatto” con tutte la sua drammaticità. Ma è veramente così per tutti gli abbandoni? Oppure l’atto di amore di una madre che ha vissuto il suo abbandono come dono di vita, ha negato di fatto al male di scatenare la propria origine?

Di fatto Giuseppe viene messo in carcere e la sua “prima” adozione sembra essere fallita! E il male sembra aver vinto!

Fine seconda tappa

 

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