L’esperienza di uomini e donne che, nel nome di Gesù, si sono fatti prossimi del bisogno di accoglienza e riconoscimento di bambini abbandonati, apre un nuovo “luogo di ascolto” di ciò che Dio ci ha comunicato nel suo segno definitivo che è Gesù

Il numero 1 della rivista “Lemà sabactàni?” costituisce, insieme al n. 2, il primo di due fascicoli destinati a illustrare l’identità e il senso della rivista stessa così come delle sue prospettive, per offrire un contributo in ambito antropologico, teologico, sociale, giuridico e culturale stimolando e animando la riflessione civile ed ecclesiale sui temi dell’accoglienza famigliare adottiva e affidataria.
Il primo numero della rivista ospita anche il primo dei preziosi e fondamentali contributi al tema del teologo Alberto Cozzi (vicepreside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e preside dell’ISSR di Milano) pubblicati negli anni sulle pagine di “Lemà sabactàni?”.
Con l’articolo, che in undici distinte tappe volentieri proponiamo – abbandono/accoglienza: un nuovo luogo per la teologia – Cozzi illustra il profilo dell’ulteriore occasione offerta dalle dinamiche abbandono-accoglienza anche per la riflessione teologica: abitare un nuovo luogo dell’esperienza per riflettere sulla rivelazione.
Oggi presentiamo l’undicesima e ultima tappa.
Per leggere la decima tappa, QUI
Undicesima tappa
Il luogo dell’esperienza trinitaria di Dio
Alla luce di quanto detto, appare come il senso della storia di Dio con l’uomo abbia la forma di una “pedagogia divina della figliolanza”. Da parte di Dio si tratta di un ritrarsi dalle immagini che di volta in volta fondano l’invocazione dell’uomo per invitare ad un’altra relazione di comunione, che in quelle immagini si significa, superandole. Se Dio si ritira in questo modo è perché gli uomini siano portati a entrare nelle profondità più vaste della relazione con Lui, al di là di tutti i doni ricevuti, in modo che, perseverando nell’invocazione e nell’obbedienza, giungano alla pura relazione di figli, nella quale gli è dato di conoscere Dio e se stessi in verità. Quest’esperienza è il luogo dello Spirito Santo, la forza del discernimento e del rischio, la forza d’amore che rende il sacrificio di comunione non solo possibile ma desiderabile.
La figliolanza divina non è per l’uomo una qualità in più, omogenea con tante altre, ma è una dinamica infinita, che raccoglie tutto l’uomo nell’invocazione paterna per l’azione dello Spirito (Rm 8,12-18). Il nome “Padre” Dio non lo rivela come un possibile nome, ma instaurando l’uomo come figlio nel Figlio Gesù. Questa “instaurazione filiale” è precisamente l’opera escatologica dello Spirito, manifestata-attuata sulla croce.
Il nome “Padre” esprime la denominazione totale e l’invocazione definitiva della verità di Dio, perché esprime la verità di Dio così come Dio ci conosce per sempre in Cristo. In Gesù risorto quale attuazione piena della realtà del Figlio giunge a compimento il progetto definitivo di Dio sull’uomo. Si noti però che il nome “Padre” non viene dato a Dio come nome sperato o atteso in risposta a un sacrificio totale dell’uomo. Sarebbe ancora una produzione di senso dell’uomo e una metafora umana del divino. Il nome di Padre per Gesù e in Gesù risorto è il nome proprio di Dio, l’unico capace di esprime l’atto radicale di riconoscimento del corpo di Gesù da parte di Dio, realizzato nella resurrezione ma già presente e reale fin dall’origine della creazione. L’esperienza del risorto e la radicalità della croce portano il nome di Dio, al di là delle metafore, ad esprimere il senso dell’evento escatologico, con cui Dio realizza definitivamente il significato del processo rivelativo nella realtà della carne di Gesù.
C’è, quindi, una provocazione che la teologia può raccogliere nel suo sforzo di ascoltare con rinnovata attenzione la rivelazione di Dio in Gesù morto e risorto. Questa provocazione non proviene da una qualche nuova intuizione speculativa, ma dall’esperienza di uomini e donne che si sono fatti prossimi del bisogno di accoglienza e riconoscimento di bambini abbandonati, quei bambini di cui Gesù ha detto «chi accoglie uno di questi piccoli, accoglie me».
Si tratta di un nuovo “luogo di ascolto” di ciò che Dio ci ha comunicato nel suo segno definitivo che è Gesù. Abitare un simile luogo significa trovare una via di accesso alla logica dell’agire salvifico di Dio, che termina nell’esperienza di croce e risurrezione di Gesù e quindi in un’esperienza di dono-abbandono, affidamento-accoglienza in cui ne va della relazione e quindi dell’identità del Figlio e del Padre suo.
Entrare in questa logica comporta in concreto un nuovo ascolto dei desideri più grandi che abitano in noi, riattivando una speranza sconfinata che è impressa nel nostro cuore e si riaccende anche nelle esperienze più dure di abbandono e prova, implorando una ragione per non rassegnarsi. È quanto intende offrire la Pasqua di Gesù: un buon motivo per continuare a credere, sperare, affidarsi al Dio fedele, al Dio della vita.
Entrare nella logica dell’agire di Dio, liberando i desideri più grandi, che tante volte non osiamo più nemmeno esprimere: sono gli ingredienti fondamentali di un’autentica esperienza spirituale, ossia di un’esperienza segnata dall’azione dello Spirito del Cristo risorto, che grida in noi il suo sconfinato desiderio di incontrare l’Abbà-Padre, che riempie il nostro bisogno di senso.
(Fine)
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