Quando si scopre che la nostra immagine di Dio è parziale, occorre saper superare la rappresentazione per mantenere la comunione al fine di tendere, senza più poterla dire immediatamente, alla realtà di Dio

Il numero 1 della rivista “Lemà sabactàni?” costituisce, insieme al n. 2, il primo di due fascicoli destinati a illustrare l’identità e il senso della rivista stessa così come delle sue prospettive, per offrire un contributo in ambito antropologico, teologico, sociale, giuridico e culturale stimolando e animando la riflessione civile ed ecclesiale sui temi dell’accoglienza famigliare adottiva e affidataria.
Il primo numero della rivista ospita anche il primo dei preziosi e fondamentali contributi al tema del teologo Alberto Cozzi (vicepreside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e preside dell’ISSR di Milano) pubblicati negli anni sulle pagine di “Lemà sabactàni?”.
Con l’articolo, che in undici distinte tappe volentieri proponiamo – abbandono/accoglienza: un nuovo luogo per la teologia – Cozzi illustra il profilo dell’ulteriore occasione offerta dalle dinamiche abbandono-accoglienza anche per la riflessione teologica: abitare un nuovo luogo dell’esperienza per riflettere sulla rivelazione.
Oggi presentiamo la nona delle 11 tappe.
Per leggere l’ottava tappa QUI
Nona tappa
Il ritirarsi di Dio dalla sua immagine e la decisione di credere
Il cammino della conoscenza di Dio non è rettilineo e regolarmente progressivo. Dio si fa conoscere assimilando l’uomo a Sé attraverso un gioco di presenza-assenza, dono-proibizione, alleanza-nascondimento che ha il senso di una pedagogia della comunione. Dio rinvia l’uomo a percepirne la presenza a un livello sempre più profondo, che gli permetta un incontro vero (cioè coinvolgente la realtà ultima di Dio e dell’uomo) e dinamico (cioè fatto da uno scambio di libertà lungo una storia). Il processo concreto della rivelazione è un processo “mortificante e trasfigurante”, in cui Dio si fa incontrare, facendo camminare l’uomo nel dialogo dell’alleanza. In Gesù di Nazareth il senso di questo processo è svelato pienamente perché è attuato fino in fondo, sulla croce, definitivamente: al gesto estremo di Gesù corrisponde la risposta estrema di Dio, la resurrezione del Figlio.
Esplicitiamo la dinamica della manifestazione di Dio in questo processo di rivelazione, mettendone in luce i momenti centrali.
(a) Un’immagine positiva di Dio.
L’avventura inizia sempre con un’immagine positiva di Dio. Quest’immagine si fonda su di una certa esperienza dell’agire divino, legato a una parola di dono e di promessa. Dio pone l’uomo (Adamo) al centro del Giardino della vita e gli consegna tutti i beni: il Dio creatore è un Dio buono, autore di un dono incondizionato e gratuito. Nella storia della salvezza Dio è sperimentato come colui che retribuisce secondo la promessa: il Dio della Legge è un Dio fedele, che ricompensa chi si rifugia in lui (Sap 2-5). Infine Dio si mostra fedele alla promessa di inviare un Messia che stabilisca in potenza il suo Regno: questo Dio è Signore e Padre. I nomi divini che corrispondono a tali esperienze hanno una connotazione etica, in quanto esprimono una certa valutazione dell’agire di Dio in ordine all’idea di felicità umana, e una connotazione dossologica: riconoscendo la corrispondenza del desiderio umano più vero con Dio ne lodano il Nome. Ma tali immagini sono sottoposte a tensioni: adottate a un certo livello di esperienza, le immagini devono essere riconquistate, attraverso prove o contestazioni, per ritrovarne il senso a un livello più profondo.
(b) La crisi dell’immagine e la prova.
Dio prova l’uomo con un comportamento che implica una frattura rispetto all’esperienza precedente. Il Dio buono «diventa nemico» del popolo, il Dio fedele abbandona alla sofferenza il figlio-giusto, il Dio re e Padre lascia che il suo inviato Gesù sia crocifisso. Ne deriva la prova-tentazione, che implica un giudizio negativo sul volto di Dio: un Dio geloso, ingiusto o indifferente. Il Dio della prova si ritira dall’immagine che ci si era fatta di Lui, spiazzando il desiderio dell’uomo.
(c) La soluzione della prova.
La soluzione della prova si dà come perseveranza nella lode, presentimento della verità dell’uomo e attesa di una nuova rivelazione di Dio. Si tratta di un comportamento simbolico, che ha la forma di un sacrificio di comunione. Questo comportamento si struttura in diversi momenti.
L’assenza di Dio nella prova non ha l’aspetto del non-senso, dell’assurdo, ma di un ritirarsi per far spazio alla risposta dell’uomo. Nella prova del giusto sofferente (Sap 2-3) il ritrarsi di Dio nel mistero significa da parte dell’uomo la scoperta della profondità del suo desiderio, che da un lato è tentato di affermare se stesso come dio (l’empio che fa della sua forza la misura della realtà: Sap 2), ma dall’altro può interpretare la promessa di Dio in un affidamento più radicale. L’uomo si trova di fronte a se stesso e a Dio a dover decidere se mantenere il giudizio sul Dio buono e quindi l’immagine positiva di Dio, al di là dell’interruzione prodotta dalla prova. È la via di una riconquista più profonda e consapevole della verità di Dio e di sé. Il termine dell’incontro è proprio la promessa di Dio, che rende i beni della vita un appello per l’uomo, ora animato da un desiderio profondo, divenuto consapevole. Questa promessa offerta nel silenzio diventa appello alla risposta umana e attesa di una nuova rivelazione-conoscenza di Dio.
Se la prova introduce una frattura nell’immagine felice di Dio e di sé, la soluzione della prova avrà la forma di un comportamento simbolico che mantiene la comunione (il riferimento a Dio) al di là della rappresentazione semplicista, divenuta impossibile (così Gesù crocifisso-insultato non scende dalla croce, per non assumere la rappresentazione di Dio degli avversari).
Il comportamento simbolico è dunque un gesto di comunione che va al di là della rappresentazione. Che ci si formi un’immagine di Dio a partire dalla sua azione e nel contesto dell’esperienza immediata è una necessità. Ma, quando si scopre che l’immagine è parziale, occorre saper superare la rappresentazione per mantenere la comunione. Sorge allora il comportamento simbolico, per il quale si continua a tendere, senza più poterla dire immediatamente, alla realtà di Dio. Questo comportamento simbolico propizierà poi altre immagini, a meno che il desiderio umano non si chiuda su se stesso, rifugiandosi nelle proiezioni dell’immaginario (il desiderio chiuso produce immagini e idee che cercano di soddisfarlo, lontane dalla realtà).
Le immagini che ci si fa di Dio (o dell’altro) devono essere espressioni dell’amore di comunione e non del desiderio di possesso immediato e di sicurezza.
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