Salta al contenuto Skip to sidebar Skip to footer

Alberto Cozzi: la dinamica di abbandono-affidamento come pedagogia filiale della comunione (8)

Occorre cogliere la verità di Dio nella profonda armonia di questi due “nomi divini”: dono e abbandono. È lo spazio della vita trinitaria

Il numero 1 della rivista “Lemà sabactàni?” costituisce, insieme al n. 2, il primo di due fascicoli destinati a illustrare l’identità e il senso della rivista stessa così come delle sue prospettive, per offrire un contributo in ambito antropologico, teologico, sociale, giuridico e culturale stimolando e animando la riflessione civile ed ecclesiale sui temi dell’accoglienza famigliare adottiva e affidataria.

Il primo numero della rivista ospita anche il primo dei preziosi e fondamentali contributi al tema del teologo Alberto Cozzi (vicepreside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e preside dell’ISSR di Milano) pubblicati negli anni sulle pagine di “Lemà sabactàni?”.
Con l’articolo, che in undici distinte tappe volentieri proponiamo – abbandono/accoglienza: un nuovo luogo per la teologia – Cozzi illustra il profilo dell’ulteriore occasione offerta dalle dinamiche abbandono-accoglienza anche per la riflessione teologica: abitare un nuovo luogo dell’esperienza per riflettere sulla rivelazione.

Oggi presentiamo l’ottava delle 11 tappe.

Per leggere la settima tappa QUI


Ottava tappa

La dinamica di abbandono-affidamento come pedagogia filiale della comunione 

In questa dinamica di abbandono-affidamento (croce) e accoglienza (risurrezione) si rivela un nuovo livello della relazione con Dio (e con gli altri), un livello che potremmo chiamare di “vera comunione” (è questo il contributo più interessante della riflessione di G. Lafont, Dieu, le temps et l’être, Paris, 1986). È qui che si rivela la verità del Padre e del Figlio.

Gesù è stato condotto dalla sua perseveranza a manifestare il carattere ultimo e primo, l’originalità e il dinamismo della sua condizione di Figlio in rapporto a Dio. Di fronte a Gesù crocifisso Dio si è ritirato al di qua di ogni dono ed esperienza (al di qua dei comandamenti della legge, della Sapienza “che giustifica se stessa”, della promessa del Regno e perfino dell’invio del Messia). Così ha manifestato ciò che era dal principio: Dio come Padre e l’uomo, al di là di ogni essenza e di ogni legge, come figlio in Cristo.

La figura del tempo si è manifestata come gioco delicato di dono-abbandono, gioia e prova. La verità del Figlio svelata definitivamente a Pasqua compie il senso della storia dell’esperienza di Dio, realizzandone la logica di “pedagogia filiale”. In essa Dio porta l’uomo, attraverso uno scambio simbolico retto dalla logica di dono-abbandono, a incontrarlo a un livello sempre più radicale di comunione, al di là delle immagini di Dio che questi si costruisce, fino a incontrarlo nella sua verità ultima di Padre che lo genera come figlio nel Figlio. Il tempo di Gesù è dunque il tempo della filiazione divina, la durata di un processo di spogliazione (kenosis) che permette all’identità filiale di apparire nella sua verità di relazione radicale, al di là di tutto, non fondata da nulla, ma che tutto fonda. Sulla croce emerge che Gesù riceve la sua identità solo da Dio. Per Gesù è accaduto tutto come se, per raggiungere a livello pieno la sua filiazione, avesse dovuto essere condotto al di là di tutto il resto, al di là di tutto ciò che è pur sempre frutto dell’amore paterno di Dio (Mt 6,25-34). Si trattava di sperimentare, attraverso la perdita di tutto, la figliolanza divina come relazione pura, il nome del Padre come nome che si continua a invocare perché l’invocazione del Padre è al cuore del Figlio, più intima e radicale di qualunque altro beneficio o dono di Dio.

La relazione con Dio è segnata da uno scambio simbolico che assume la forma della morte: l’apparente perdita dei beni-doni non può che essere l’aspetto negativo (prova) di una relazione con Dio che mantiene il suo valore anche nell’abbandono, poiché instaura un rapporto più profondo dei mezzi di scambio in cui il rapporto si significa, interpellando, al di là di questi, all’incontro personale.

Letta in questa prospettiva, la croce rivela che il risorto non può ormai vivere altrimenti che per il Padre invocato alla fine: non è pensabile che il Figlio Gesù si riprenda per sé come suo possesso ciò che ha donato una volta per sempre. L’invocazione sulla croce non è un grido provvisorio o accidentale, ma l’espressione della verità di Gesù. È inimmaginabile un Cristo glorificato che possiede da sé e per sé il suo corpo trasfigurato. Piuttosto, il mistero del Risorto è quello di Colui che dinamicamente riceve tutto dal Padre in pienezza, in un rapporto di invocazione-dono indistruttibile.
La vita nuova dischiusa dalla resurrezione è quella segnata da un eterno scambio simbolico, in cui si realizza la pienezza dell’esistenza, a immagine della vita trinitaria. Il Dio che abbandona esprime il volto misterioso della paternità divina: l’abbandono che provoca Gesù alla perfezione della relazione filiale è inscindibile dal dono che lo costituisce nella sua qualità di inviato da Dio e di Figlio glorificato.

Occorre cogliere la verità di Dio nella profonda armonia di questi due “nomi divini”: dono e abbandono. È lo spazio della vita trinitaria e il segreto del significato ultimo dell’esperienza dell’alleanza, ossia il compimento del senso del processo di rivelazione.

Aiuta La Pietra Scartata a continuare la sua missione facendo una donazione. In questo modo, il futuro de La Pietra Scartata sarà anche il tuo. Grazie.


DONA ORA