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Alberto Cozzi. Il giusto-figlio messo alla prova ( 5)

È questa la sfida di Gesù abbandonato in croce: trasformare l’esperienza di abbandono in attesa piena di speranza del giusto-figlio

Il numero 1 della rivista “Lemà sabactàni?” costituisce, insieme al n. 2, il primo di due fascicoli destinati a illustrare l’identità e il senso della rivista stessa così come delle sue prospettive, per offrire un contributo in ambito antropologico, teologico, sociale, giuridico e culturale stimolando e animando la riflessione civile ed ecclesiale sui temi dell’accoglienza famigliare adottiva e affidataria.

Il primo numero della rivista ospita anche il primo dei preziosi e fondamentali contributi al tema del teologo Alberto Cozzi (vicepreside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e preside dell’ISSR di Milano) pubblicati negli anni sulle pagine di “Lemà sabactàni?”.

Con l’articolo, che in undici distinte tappe volentieri proponiamo – abbandono/accoglienza: un nuovo luogo per la teologia – Cozzi illustra il profilo dell’ulteriore occasione offerta dalle dinamiche abbandono-accoglienza anche per la riflessione teologica: abitare un nuovo luogo dell’esperienza per riflettere sulla rivelazione.

Oggi presentiamo la quinta delle 11 tappe.

Per leggere la quarta tappa QUI

Quinta tappa
Il giusto-figlio messo alla prova (Sap 2-3)

Per verificare la qualità della relazione messa in campo e quindi valutare l’attesa di Gesù sulla croce nei confronti dell’«Abbà» suo, possiamo leggere, quale secondo luogo strategico dell’invocazione di Dio come Padre, la ripresa sapienziale del rapporto paterno-filiale tra Dio e l’uomo giusto.

Il contesto è ancora quello della prova, ma stavolta la crisi è prodotta dalla malizia dell’empio che vuole vedere se veramente il giusto è «figlio di Dio». Si innesca il processo persecutorio per verificare se il Padre verrà a salvare suo figlio:

«Tendiamo insidie al giusto, perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni; ci rimprovera le trasgressioni della legge e ci rinfaccia le mancanze contro l’educazione da noi ricevuta. Proclama di possedere la conoscenza di Dio e si dichiara figlio del Signore… Proclama beata la fine dei giusti e si vanta di avere Dio per padre. Vediamo se le sue parole sono vere; proviamo ciò che gli accadrà alla fine. Se il giusto è il figlio di Dio, egli l’assisterà» (Sap 2,12-13;17-18).

Il contenzioso tra giusto-figlio ed empio persecutore si risolve nell’attesa che anticipa il giudizio finale al di là della morte. C’è in gioco qualcosa di grande, che va al di là dell’esperienza immediata. Questa certezza è talmente forte da trasformare i termini del contenzioso: il giusto è colui che crede e vive del desiderio di immortalità che il Dio fedele ha messo nelle sue creature, mentre l’empio si fa alleato della morte e quindi suo strumento.

È una lotta tra la speranza e la disperazione:

«La pensano così, ma si sbagliano; la loro malizia li ha accecati. Non conoscono i segreti di Dio; non sperano salario per la santità né credono alla ricompensa delle anime pure. Sì, Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura» (Sap 2,21-23).

La relazione con Dio come padre esprime dunque la speranza di immortalità inscritta nella creatura umana (Sap 1,13-15) e la sua condizione-dignità di essere a immagine di Dio.
È proprio questa la sfida che il Gesù giusto perseguitato sulla croce vuole raccogliere dai suoi avversari. Non si tratta di sopravvivere, di cavarsela, ma di mantenere alta la speranza nel Dio Padre dei giusti, che porterà a compimento il desiderio di immortalità inscritto nel cuore dell’uomo-figlio.
Gesù in croce trasforma l’esperienza di abbandono in attesa piena di speranza del giusto-figlio. In questa attesa realizza quel desiderio di immortalità, quella speranza della ricompensa che è legata alla condizione di «immagine di Dio».

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