Si può leggere nell’atteggiamento di Gesù l’attesa del bambino che desidera essere riconosciuto da un padre (e da una madre) e non vuole semplicemente assistenza per poter sopravvivere

Il numero 1 della rivista “Lemà sabactàni?” costituisce, insieme al n. 2, il primo di due fascicoli destinati ad illustrare l’identità e il senso della rivista così come delle sue prospettive, per offrire un contributo in ambito antropologico, teologico, sociale, giuridico e culturale stimolando e animando la riflessione civile ed ecclesiale sui temi dell’accoglienza famigliare adottiva ed affidataria.
Il primo numero della rivista ospita anche il primo dei preziosi e fondamentali contributi al tema del teologo Alberto Cozzi (vicepreside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e preside dell’ISSR di Milano) negli anni pubblicati sulle pagine di “Lemà sabactàni?”.
Con l’articolo che in undici distinte tappe volentieri proponiamo – abbandono/accoglienza: un nuovo luogo per la teologia – Cozzi illustra il profilo della ulteriore occasione offerta dalle dinamiche abbandono-accoglienza anche per la riflessione teologica: abitare un nuovo luogo dell’esperienza per riflettere sulla rivelazione.
Oggi presentiamo la terza delle 11 tappe.
Per leggere la seconda tappa QUI
Terza Tappa
Perché Gesù non scende dalla croce?
L’invito a leggere con nuova profondità la portata rivelatrice della scena della crocifissione e morte di Gesù emerge anche dalla provocazione derivante dalla condizione del bambino abbandonato-accolto, assunta come luogo di ascolto e interpretazione della rivelazione. Già a una prima considerazione, ancora intuitiva e immediata, se ne può cogliere la provocatoria profondità nella domanda chiave: perché Gesù non scende dalla croce?
La risposta suggerita dall’esperienza del bambino abbandonato e accolto è estremamente profonda: perché Gesù (come il bambino abbandonato) non vuole sopravvivere a qualunque costo, ma vuole vivere del riconoscimento del Padre suo. Preferisce perciò attendere con fiducia la manifestazione del Padre, ovvero la sua venuta a giustificare il suo figlio, a riconoscerlo davanti a tutti. In questo senso si può leggere nell’atteggiamento di Gesù l’attesa del bambino che desidera essere riconosciuto da un padre (e da una madre), e non vuole semplicemente assistenza per poter sopravvivere.
L’intuizione è interessante e merita un approfondimento, poiché è possibile rilevare nelle Scritture un funzionamento dell’invocazione di Dio come Padre che non è lontano da questa dinamica. Ma ciò significa che questa lettura offre uno squarcio impressionante sul significato che Gesù crocifisso vuole dare all’incontro con Dio come Padre. Non si tratta di un altro possibile nome da dare a Dio, ma di una relazione in cui ne va del riconoscimento del figlio e dell’accoglienza della sua vita a un nuovo livello di profondità.
Ci lasciamo guidare da due passi della Scrittura estremamente suggestivi: uno profetico e l’altro sapienziale. Per ascoltare questi brani si tenga presente semplicemente il triplice livello del riferimento a Dio come Padre nella Scrittura. È possibile infatti distinguere, senza voler separare adeguatamente, un triplice livello nell’enunciazione biblica della paternità di Dio: il livello metaforico, dottrinale e dell’invocazione [per questa distinzione e l’analisi del dato biblico si veda il sempre valido studio di W. Marchel, Abbà, Père! La prière du Christ et des chrétiens, Roma 1963. Si veda anche S. A. Panimolle (ed.), Abbà-Padre (= Dizionario di Spiritualità biblico-patristica 1), Roma 1992].
Metaforico
A livello metaforico il comportamento di Dio è descritto al modo dell’agire di un padre. Sono esemplari in tal senso le enunciazioni di alcuni salmi: «Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono» (Sal 103,13); «Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto» (Sal 27,10). Qui la paternità di Dio funziona a livello di archetipo simbolico in relazione all’immaginario paterno, anche se non si deve dimenticare che simili espressioni non intendono dire una semplice intuizione riguardo al divino, ma piuttosto il senso di un’esperienza di rivelazione e alleanza.
Dottrinale
Il livello dottrinale, ossia della confessione di fede, è quello dell’affermazione che Dio “è” Padre di Israele (Es 4,22), del re (2Sam 7,13-14; Sal 2,7; Sal 89,27-28) e del giusto (Sap 2-5; Sal 73,15). A questo livello emerge già l’originalità della comprensione biblica della paternità di Dio, che esprime una speciale relazione di libera elezione, fondata su eventi storici di liberazione e salvezza. Non si tratta quindi di un legame naturale con la divinità, all’interno di un cosmo sacralizzato. In molte di queste espressioni la paternità di Dio non è tanto un dato ricavabile dalla natura dell’uomo, quanto piuttosto un impegno preso da Dio stesso: confessando un legame con Dio come Padre, il credente ascolta una parola di Dio sulla sua vita e riconosce un impegno, una promessa che Dio stesso prende in una relazione di alleanza. Confessare che Dio è Padre significa, insomma, riconoscere ciò che Dio vuole essere e sarà per il suo eletto. In tal senso la paternità d Dio dice per l’uomo una possibilità di vita nuova, che Dio stesso dischiude e garantisce per chi si affida a lui. È proprio il riconoscimento della fedeltà di Dio, che non smentisce le sue promesse e mantiene per sempre i suoi impegni, a fondare la pretesa del giusto di avere Dio per padre (Sap 2,13.16), anche al di là della prova estrema della persecuzione e della morte (Sap 3-5).
Invocazione diretta a Dio
Il terzo livello è quello dell’invocazione diretta di Dio in quanto Padre: si tratta dell’espressione di un riconoscimento personale all’interno di una relazione di conoscenza e fiducia reciproca. In quanto è Padre, Dio viene invocato, lodato, cercato (Sal 89,27-28; Is 63-64). A questo livello è possibile accedere all’originalità dell’esperienza di Dio propria di Gesù, che si rivolgeva a Dio come al Padre suo, chiamandolo con il termine familiare e confidenziale di “Abbà” (attestato nella forma aramaica in Mc 14,36, e ripreso in questa stessa forma in Rm 8,15 e Gal 4,6; si veda la ripresa giovannea in Gv 12,27-28; Gv 17,1.5; inoltre Mt 11,27 e Lc 10,22). Quest’invocazione esprime, secondo la testimonianza evangelica, una relazione esclusiva di origine e conoscenza reciproca tra Gesù e il Dio del Regno che si avvicina. La verità del Padre esprime quindi il fondamento ultimo della pretesa di Gesù e del suo ministero, inteso come attualizzazione della Signoria escatologica di Dio (sul nesso tra verità di Dio Padre e venuta del Regno, colto in relazione alla preghiera del cristiano, si veda l’ottima riflessione di H. Schürmann, Padre Nostro, la preghiera del Signore, Milano 1982). Il carattere di invocazione personale lascia intuire che la paternità di Dio testimoniata da Gesù non è riconoscibile, nella sua specificità, in sé e per sé, a prescindere o al di fuori della relazione tra Padre e Figlio, ma è accessibile a coloro che vi sono introdotti dalla forza divina degli ultimi tempi, ossia lo Spirito di Dio (Mt 11,27; Gv 14,6. 8-11). A questo livello non è semplicemente offerto un modo più o meno originale di dire Dio, ma è svelato e realizzato pienamente il motivo decisivo per cui il comportamento di Dio può essere descritto come quello di un padre e il fondamento ultimo della relazione di elezione e alleanza stabilita da Dio.
A partire da questo nucleo incandescente, che è il segreto della vita di Gesù, vengono riprese e rinnovate le altre forme di enunciazione di Dio come Padre.
A livello dottrinale anzitutto si manifesta un fondamento nuovo e definitivo di quella relazione di elezione ed alleanza in cui Dio è conosciuto come Padre. Questo fondamento è l’evento escatologico (cioè definitivo e insuperabile) di Gesù, che attua la presenza del Regno, cioè la Signoria escatologica di Dio, in cui Dio stesso si prende cura definitivamente dei suoi al modo di un padre buono e generoso (Mt 6,25-34 e Lc 12,22-32; Mt 7,7-11 e Lc 11,9-13; Mt 10,29-30 e Lc 12,6-7). Questo nuovo fondamento implica una novità nella stessa relazione e nella sua percezione da parte dell’eletto.
A livello del discorso metaforico su Dio la novità della relazione di Dio espressa dal riconoscimento del Padre di Gesù comporta l’intensificazione di alcuni tratti del volto di Dio, già intuiti nell’antica alleanza: la qualità nuova dell’agire salvifico di Dio attento ai peccatori, agli esclusi, ai poveri; i tratti materni di vicinanza, intimità e compassione che emergono dalle parabole della misericordia (Lc 15); la gratuita e generosa attenzione con cui Dio assicura ai figli suoi i beni di cui abbisognano ora e i beni futuri del Regno.
L’intensificazione di questi aspetti, connessi alla qualità nuova del tempo decretato dalla venuta di Gesù, sbilancia l’immagine di Dio verso la misericordia, l’accoglienza gratuita, la bontà senza misura e quasi “ingiusta” (Mt 20,1-16).
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