Quando la speranza è sacrificata neanche parole pesanti come quelle di Gesù possono cambiare i sentimenti di Giuda. Al contrario si inasprisce il sentimento di tradimento percepito: “Manco tu mi credi ancora salvabile?”
Ha senso parlare di una spiritualità dell’accoglienza del tradimento che coinvolga le esperienze, le aspirazioni, le domande, le aspettative di coloro che accolgono minori fuori famiglia ospiti delle comunità di accoglienza ma anche le ragazze e i ragazzi beneficiari e vittime nel medesimo tempo?
Davide Pellini ha voluto, dopo la sua esperienza come educatore in una struttura residenziale per minori fuori famiglia, iniziare l’esplorazione di un nuovo cammino nel solco più vasto della spiritualità dell’accoglienza.
Ben volentieri La Pietra Scartata, sempre attenta alle esperienze di nuovi “cercatori di Dio”, ospita questo sua prima interessante e stimolante riflessione, suddivisa dall’autore in 7 tappe.
Oggi presentiamo la quarta. La terza si può leggere QUI
Quarta tappa
(QUI la terza)
Condanna
Mentre mangiavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà». Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto». (Matteo 26,21-25)
Gli educatori di comunità si possono sentire influenti nel progetto di salvezza che coinvolge i ragazzi accolti. A prescindere dal modo in cui ogni singola coscienza lo possa chiamare, chi accoglie si sente parte del “progetto di salvezza” degli accolti. È legittimo, a volte necessario, per poter svolgere adeguatamente il lavoro. Si lavora affinché disfunzioni comportamentali, patologie, asocialità, lascino spazio ad una vita quanto meno equilibrata e sana. La parte adulta, in ogni forma di accoglienza temporanea, si pone questo obiettivo per poter dare un senso sia alle proprie fatiche che al dolore che vede pervadere i ragazzi abbandonati, giorno dopo giorno. Infatti, può essere ben più penoso ritrovare il logorio della sofferenza negli occhi degli accolti che nei propri. Se è inevitabile per l’uomo chiedersi il “perché” del proprio dolore, nella speranza di trovare una motivazione che trascenda la situazione in corso, lo è anche per il dolore altrui: “perché questo ragazzo è invaso da tutto questo male?!”
“Padre, se vuoi, allontana da lui/lei questo calice”
È quasi inevitabile, di conseguenza, che l’adulto si crei un’aspettativa rispetto a come questo progetto debba svilupparsi e concretizzarsi, in quanto si sente parte attiva, nonché stakeholder, del processo. L’accogliente ha la prospettiva di dove il percorso del ragazzo debba portare, e in che modo. È strano ritrovarsi, come Gesù, nel personale Orto degli ulivi a pregare affinché il progetto divino eluda la sofferenza; non necessariamente la nostra ma quella dei giovani abbandonati che incontriamo. Sarebbe meglio che le cose andassero come vogliamo noi. (Luca 22,39-46) “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice!” diventa “Padre, se vuoi, allontana da lui/lei questo calice”, ci si augura che il ragazzo non soffra, che non tradisca la speranza. Nonostante l’intenzione, volenti (“Però non la mia volontà, ma la tua sia fatta”) o nolenti, non è possibile sostare fuori dal progetto divino. Si va avanti.
Come indicato precedentemente, assistere al sacrificio della speranza di essere figlio è straziante. È un processo lungo, ma non lento. È profondo: un dolore che non lascia alternative di ripresa. È quotidiano e non si distrae. Quando ci si trova davanti un adolescente, con gli occhi gonfi di sofferenza, tremare come se fosse un albero senza radici si domanda: “perché questa povera creatura vive tutto questo dolore dal suo primo giorno? Forse sarebbe meglio per lui se non fosse mai nato”. E poi: “una storia compromessa a partire dalla sua origine e mai redenta, io non potrei vivere così. Ti accompagno ai diciott’anni, poi non saprei più cosa fare per te!”.
“Manco tu mi credi ancora salvabile?”
Questa è una condanna che, come Giuda quella sera, anche i ragazzi sentono. A volte i pensieri feroci sono utili perché stimolano un’opportuna reazione. Eppure, il loro pensiero è andato “troppo in là”, lungo la strada del tradimento, per poter reagire positivamente ai dubbi di chi accoglie. Quando la speranza è sacrificata neanche parole pesanti come quelle di Gesù possono cambiare i sentimenti di Giuda. Al contrario, si inasprisce il sentimento di tradimento percepito, si rinforza la determinazione nel tradire la speranza. “Manco tu mi credi ancora salvabile?”, così il dubbio genera un altro dubbio, atroce. Viene spezzato un filo. Questo verrà, in vita, mai ricucito? Forse no, a guardare alla vicenda di Giuda, morto da traditore e tradito.
Davide Pellini
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