Eccoli là, gli affidatari, nella polvere e con il sangue appiccicato sulla pelle, nel dolore delle percosse… Gli affidatari sanno anche essere briganti. …E sanno essere leviti e sacerdoti. …Ma Gesù continua ad avere fiducia in noi
Le famiglie accoglienti sono così: capaci di interrompere il loro viaggio e di cambiare i loro programmi come il Buon Samaritano.
Il Buon Samaritano è una figura affascinante, provocatoria. In (Lc 10, 25-37) quest’uomo è protagonista di una stupenda parabola di Gesù, non personaggio reale, ma paradigmatico nell’insegnamento di Cristo: non solo raccoglie per strada l’uomo sconosciuto ferito, lo benda, per fare guarire le ferite e per evitare che muoia dissanguato, ma lo affida all’oste, persona di sua fiducia, preoccupandosi di coprire economicamente i costi delle cure del ferito.
Cosa può dire questo racconto a chi vive o desidera vivere un’accoglienza famigliare temporanea?
Il Buon samaritano ci mostra due modi del prendersi cura: un modo diretto, curando le ferite, e uno indiretto, affidando il viandante all’oste. Da una parte c’è lo sporcarsi le mani nelle ferite, dall’altra l’affidamento a chi di cura e accoglienza se ne intende. Se questo viandante rappresentasse tutti i bambini fuori famiglia, queste due forme di cura potrebbero rappresentare la necessità che i bambini siano accolti in una famiglia che possa curare le loro ferite e la necessità di creare un sistema che sia in grado di occuparsi al meglio di tutti loro.
Dare voce ai bambini abbandonati
Un invito a non limitarsi all’accoglienza all’interno delle proprie case, con l’accudimento e l’affetto. È necessario anche dare voce ai bambini allontanati dalle loro famiglie d’origine, soprattutto in quei contesti dove le loro voci non possono o non riescono ad essere sentite.
Sono necessarie queste due vie per propiziare loro quella completa guarigione che anche il Samaritano del Vangelo propizia con le sue premure all’uomo ferito e percosso dai briganti.
Sia il ferito che i bambini in difficoltà chiamano in causa la nostra compassione per far sì che siano aiutati e lo siano in modo integrale perché possano riprendersi dalle percosse ricevute.
Siamo dunque noi a essere chiamati a essere i Buoni Samaritani per questi bambini, curando le loro ferite ingiustamente procurate da chi avrebbe dovuto prendersi cura di loro. Ferite profonde e sanguinanti. Siamo chiamati a non essere come il sacerdote e il levita, che girano la testa dall’altra parte, quando vedono quell’uomo a terra impastato di sangue e di polvere.
Papa Francesco – l’enciclica Fratelli Tutti e la parabola del Buon Samaritano
Papa Francesco apre il secondo capitolo dell’enciclica Fratelli Tutti del 2020 con la parabola del Buon Samaritano. Al numero 67 dell’enciclica sottolinea il carattere comunitario della compassione esercitata dal Buon Samaritano: “La parabola ci mostra con quali iniziative si può rifare una comunità a partire da uomini e donne che fanno propria la fragilità degli altri, che non lasciano edificare una società di esclusione, ma si fanno prossimi e rialzano e riabilitano l’uomo caduto, perché il bene sia comune”.
Questo vale quindi anche per le mamme e i papà affidatari che a partire dalle loro accoglienze affidatarie possono contribuire a far rinascere intere comunità. La provocazione dell’accogliere un bambino come se fosse un figlio proprio potrebbe essere di stimolo a comunità magari infiacchite o imprigionate in una fede poco feconda, potrebbe far riflettere sul senso della carità cristiana. La testimonianza anche silenziosa può diventare correzione fraterna. Il portato ecclesiologico di semplici gesti d’amore come le accoglienze affidatarie non va sottovalutato. La rinascita delle nostre comunità cristiane può passare attraverso la sommatoria di gesti come questi.
Ognuno di noi è di fronte al viandante
Un aspetto che colpisce della parabola riportata da Luca è che Gesù ci mette di fronte alla nostra scelta individuale. Ognuno di noi è di fronte al viandante. Singolarmente. Non è un gruppo di persone che passa vicino all’uomo ferito, ma un individuo. La scelta è nostra, è personale, non è una scelta frutto di mediazioni e collaborazioni. Ognuno è solo davanti al fratello (e a Dio) e deve decidere in fretta perché quel fratello, senza aiuto, potrebbe stare peggio o addirittura morire. Allo stesso modo la decisione di farsi famiglia affidataria è una decisione che riguarda solo una famiglia, solo una casa. E c’è una certa urgenza. Non si può stare tanto a rifletterci: i bambini fuori famiglia stanno crescendo senza una mamma e un papà e senza dei fratelli! L’azione di una singola famiglia per il bene comune.
Davanti a questa decisione, ci ricorda Francesco, siamo tutti uguali. “Non c’è più distinzione tra abitante della Giudea e abitante della Samaria, non c’è sacerdote né commerciante: semplicemente ci sono due tipi di persone: quelle che si fanno carico del dolore e quelle che passano a distanza; quelle che si chinano riconoscendo l’uomo caduto e quelle che distolgono lo sguardo e affrettano il passo” (FT 70). Allo stesso modo di fronte al sordo grido del bambino in comunità o in una casa dove non può diventare grande, i genitori affidatari sono tutti uguali. Professionisti e operai, manager di successo e disoccupati, giovani o non più giovani, con figli o senza figli, sposati o non sposati, alcuni single, altri nonni, altri separati e al secondo matrimonio, credenti e non credenti…le nostre etichette e le nostre differenze si azzerano, come testimonia molto bene il clima cordiale, di simpatia e collaborazione, che si crea spontaneamente durante le riunioni periodiche dei gruppi di famiglie affidatarie.
A ben guardare, però, ciascuno di noi non è solo Samaritano, alle prese con una scelta decisiva, è anche ciascuno degli altri personaggi di questo affascinante racconto.
I genitori affidatari sono il buon samaritano ma anche il viandante…
I genitori affidatari sono uomini feriti insieme al bambino accolto quando le cose nell’affido non vanno per il verso giusto. Quando il papà o la mamma del bambino ricadono nei loro errori o si rifiutano di percorrere i cammini di redenzione loro proposti, quando il giudice ritarda in modo abnorme la tempistica delle sue decisioni, quando l’assistente sociale presume di avere delle conoscenze sul bambino che non ha e sbaglia di conseguenza il contenuto delle relazioni che invia al giudice titolare del caso, decisive per il futuro del bambino, quando quell’amico di vecchia data, fedele e fidato, abbandona la coppia non condividendo la scelta affidataria… Eccoli là, gli affidatari, nella polvere e con il sangue appiccicato sulla pelle, nel dolore delle percosse.
Sono i briganti…
Gli affidatari sanno anche essere briganti. Quando non riescono a rispettare fino in fondo il bambino loro affidato con pretese impossibili, quando non rispettano la famiglia d’origine e l’allontanano, quando diventano possessivi.
Sono i leviti e i sacerdoti…
E sanno essere leviti e sacerdoti. Quando non danno il massimo, concedendosi troppi spazi e troppe pause, quando sottovalutano i problemi del loro affidato, quando non hanno la forza di chinarsi su di lui e di soffrire con lui, provarne compassione. Quando sono “distaccati”.
Ma Gesù continua ad avere fiducia in noi. Per questo continua, ancora oggi a raccontarci queste storie. “Egli ha fiducia nella parte migliore dello spirito umano e con la parabola la incoraggia affinchè aderisca all’amore, recuperi il sofferente e costruisca una società degna di questo nome” (FT 71). Ecco ancora l’incoraggiamento del Santo Padre ad intervenire, ad essere protagonisti. Ma non da soli.
Seguiamo ancora Papa Francesco: “Cerchiamo gli altri e facciamoci carico della realtà che ci spetta, senza temere il dolore o l’impotenza, perché lì c’è tutto il bene che Dio ha seminato nel cuore dell’essere umano. Le difficoltà che sembrano enormi sono l’opportunità per crescere, e non la scusa per la tristezza inerte che favorisce la sottomissione. Però non facciamolo da soli, individualmente. Il samaritano cercò un affittacamere che potesse prendersi cura di quell’uomo, come noi siamo chiamati a invitare e incontrarci in un noi che è più forte della somma di piccole individualità” (FT 78).
Nell’ affido c’è un complesso meccanismo di attori diversi che intervengono nella storia per dare una mano a quel bambino. Gli affidatari lo sanno e si devono sentire un pezzo di quel meccanismo. I genitori affidatari sono chiamati ad incontrarsi in un noi con tutti gli affittacamere che si presentano numerosi nel percorso dell’affido. Sono tutte le persone che danno una mano, che sono degne di fiducia perché fanno ciascuno la propria parte, piccola o grande che sia, professionisti, amici o semplici conoscenti. Perché l’affido coinvolge, crea reti, vicinanza.
… il Buon Samaritano è un outsider…
Un altro aspetto colpisce di questa ricchissima parabola: il Buon Samaritano è un outsider, appartenente a un popolo, quello samaritano, profondamente disprezzato in Giudea. Chi non soccorre, il levita e il sacerdote, sono invece degli insider, cioè dei personaggi profondamente inseriti nella società di allora, anzi, con un notevole prestigio.
Questo fatto di essere, o meglio di credersi, outsider potrebbe essere un elemento fondamentale nella chiamata ad essere genitori affidatari. L’accoglienza temporanea di un bambino è di fatto ancora percepita come un’esperienza estrema, al limite del normale. In effetti un certo grado di incoscienza rispetto al pensiero comune, ci vuole. L’accoglienza affidataria è una consapevole scelta di correre dei rischi, di uscire dai binari della “normalità” o del “buonsenso”. Agli occhi di un insider, l’affidatario è un pazzo romantico, un cattolicone in cerca di buone azioni per guadagnarsi il paradiso o, nelle visioni più positive, un santo.
La realtà invece mostra l’esatto contrario. Come spesso accade nelle relazioni di aiuto, chi guarisce è stato a sua volta ferito e attraverso questa ferita ha ricevuto la grazia di poter amare, di desiderare il bene dell’altro così come qualcuno lo ha desiderato per lui.
Stupisce come molti genitori affidatari abbiano avuto esperienza di difficoltà famigliari dalle quali sono usciti più forti e soprattutto capaci di compassione e attenti ad una chiamata.
“I personaggi che passavano accanto all’uomo ferito non si concentravano sulla chiamata interiore a farsi vicini, ma sulla loro funzione, sulla posizione sociale che occupavano, su una professione di prestigio nella società. […]. L’uomo ferito e abbandonato lungo la strada era un disturbo per questo progetto, un’interruzione, e da parte sua era uno che non rivestiva alcuna funzione. […]. Nel frattempo, il samaritano generoso resisteva a queste classificazioni chiuse, anche lui stesso restava fuori da tutte queste categorie ed era semplicemente un estraneo senza un proprio posto nella società. Così, libero da ogni titolo e struttura, è stato capace di interrompere il suo viaggio, di cambiare i suoi programmi, di essere disponibile ad aprirsi alla sorpresa dell’uomo ferito che aveva bisogno di lui” (FT 101).
Le famiglie accoglienti sono così: capaci di interrompere il loro viaggio e di cambiare i loro programmi. Che Dio faccia sentire la sua chiamata a sempre più famiglie.
(Approfondimento n.12) (Per leggere la puntata n.11 QUI)
Cristina Riccardi e Paolo Pellini
Comunità La Pietra Scartata
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