Come Giuda, anche gli adolescenti abbandonati hanno un rapporto conflittuale con la salvezza: quest’ultima viene incompresa, ostacolata, non riconosciuta
Ha senso parlare di una spiritualità dell’accoglienza del tradimento che coinvolga le esperienze, le aspirazioni, le domande, le aspettative di coloro che accolgono minori fuori famiglia ospiti delle comunità di accoglienza ma anche le ragazze e i ragazzi beneficiari e vittime nel medesimo tempo?
Davide Pellini ha voluto, dopo la sua esperienza come educatore in una struttura residenziale per minori fuori famiglia, iniziare l’esplorazione di un nuovo cammino nel solco più vasto della spiritualità dell’accoglienza.
Ben volentieri La Pietra Scartata, sempre attenta alle esperienze di nuovi “cercatori di Dio”, ospita questo sua prima interessante e stimolante riflessione, suddivisa dall’autore in 7 tappe.
Qui presentiamo la terza. La prima e la seconda si possono leggere QUI
Terza tappa
(QUI le prime due)
Giuda sarà risoto?
Si può essere redenti dal sacrificio della speranza? Giuda si sarà seduto alla mensa di Gesù dopo la sua morte? A queste domande forse non c’è risposta, anche perché, ammettiamolo, interessano pochissimo. Giuda è “il traditore”, “il cattivo”, è quindi morto e va bene così. Giuda merita l’ultimo girone dell’Inferno, traditore tra i traditori, non ci può essere grazia per lui.
“Quell’anima là sù c’ha maggior pena”,
disse ‘l maestro, “è Giuda Scariotto,
che ‘l capo ha dentro e fuor le gambe mena…” (La Divina Commedia)
Non vale neanche la pena di pensarci troppo. La fine di chi impersonifica il male viene data per scontata, anche nei cartoni animati della Walt Disney. È ovvio che Giuda abbia trovato la morte, se lo è meritato! «Ormai non c’è niente da fare per lui, troppo male, meglio pensare ad altro». Anche quando si rivolge l’attenzione alle storie complicate, compromesse, dei ragazzi in comunità, questi pensieri affiorano, giustificandosi l’un con l’altro. Diventa ragionevole reputare che il troppo male vissuto da questi minori renda inutile ogni gesto riparatorio: il giovane non potrà mai essere figlio ed è meglio impegnarsi a farlo studiare e a inserirsi nella società, o, peggio, dargli semplicemente un alloggio dove stare fino ai diciott’anni. Il destino in comune di Giuda e degli adolescenti abbandonati continua a essere parallelo anche a seguito del sacrificio della speranza, poiché vengono dimenticati sotto le macerie del loro male. Vengono nascosti nell’angolo più remoto della terra, l’ultimo girone dell’Inferno. Ne vengono tirati fuori dalla società solo nel momento in cui sono in grado di isolare il male che li percorre per nasconderlo, temporaneamente almeno.
Come Giuda, anche gli adolescenti abbandonati hanno un rapporto conflittuale con la salvezza derivante dal compimento del progetto d’amore. Come anticipato, nelle loro storie quest’ultima viene incompresa, ostacolata, non riconosciuta. Infatti, la percezione del tradimento e il sacrificio della speranza sono ostacoli altissimi per l’avvento della salvezza. I ragazzi, nell’estremo attaccamento al progetto d’amore iniziale, disatteso dai genitori biologici, sabotano ogni alternativa. La speranza di essere figlio si è spenta, esattamente come, per Giuda, quella di vedere Israele libero. Allo stesso tempo, però, il sacrificio della speranza è l’estremo gesto, provocatorio, di fede. (R. Guardini) “Ma Gesù sembrava esitare; così Giuda concepì la decisione di spingerlo in pericolo di morte; allora egli avrebbe agito, avrebbe di necessità dovuto far uso della sua potenza sovraterrena”. È paradossale come la speranza, nel suo sacrificio, raggiunga il suo culmine, come una stella che, prima di scomparire per sempre, diventa un’incredibile esplosione di fotoni. Il sacrificio della speranza, per gli adolescenti in comunità, è un processo lento, penoso, è terribile assistervi! Un disperato pianto di bambino che si manifesta in aggressività adolescenziale verso chiunque gli mostri un briciolo di attenzione, senza, però, promettergli di essergli genitore. Sbandierano il loro desiderio, chiedendo risoluzione al loro malessere, ma quando ti avvicini a loro ti respingono: “Mica sei mia madre/padre”.
Il male, come per Giuda, ha così penetrato le storie degli adolescenti abbandonati, che gli osservatori non possono che dichiararle «senza speranza». Dove c’è troppo male ci può essere solo morte e, dove c’è morte, il pensiero non si vuole fermare troppo. Giuda sarà risorto? «Non importa». Questo diciassettenne è figlio? «Non importa più». Si rimuove la questione, la si spedisce all’Inferno, e ci si concentra su altro.
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