Secondo lo studioso USA Philip Jenkins i dati dimostrano che c’è una netta correlazione tra calo della religiosità e calo delle nascite. Il declino dell’Europa nasce da lì, così come il futuro dell’Africa

Il problema delle nascite e del basso tasso di fertilità è tornato prepotentemente d’attualità nelle ultime settimane. Non solo in Italia, dove i dati ISTAT hanno certificato un gap negativo tra nuovi nati e defunti secondo solo al record del 1918 devastato dalla Spagnola, ma anche nel resto del mondo, con gli Stati Generali della Natalità, alla presenza anche di Papa Francesco, che hanno meritoriamente fatto da cassa di risonanza planetaria al problema.
La correlazione tra secolarizzazione e tasso di natalità
Ha dedicato al tema una profonda riflessione Il Foglio, con una bella intervista a Philip Jenkins, importante studioso di religioni, docente alla Baylor University e autore del libro Fertility and faith – La rivoluzione demografica e la trasformazione delle religioni mondiali.
La tesi di fondi di Jenkins è che ci sia una correlazione tra secolarizzazione e calo delle nascite: “Le società ad alta fertilità, come la maggior parte dell’Africa contemporanea, sono ferventi, devote e religiosamente entusiaste. Viceversa, minore è il tasso di fertilità e minore è la dimensione della famiglia, maggiore è la tendenza a distaccarsi dalla religione”.
In Europa il cambiamento è iniziato negli Anni ’60, dapprima nei paesi del nord, protestanti, ma una decina di anni più tardi anche in quelli più tradizionalmente cattolici: via via che i legami religiosi si affievoliscono, si affermano valori più individualistici e laicizzati. L’Italia – afferma Jenkins – offre un esempio molto chiaro in tal senso: “Negli anni subito dopo i referendum su divorzio e aborto il tasso di fertilità cala dal 2,1 del 1976 all’1,6 del 1981. Ma anche il Belgio o la Spagna, un tempo Paesi fortemente cattolici, hanno visto abbassarsi drasticamente i numeri di nuovi nati.
Se in Europa questi cambiamenti sono già un dato di fatto, gli Stati Uniti sembrano avviati sulla stessa strada, sebbene con diversi anni di ritardo. Anche lì, però, la società si dimostra sempre più secolarizzata e i cosiddetti “Nones” (persone che si definiscono senza appartenenza religiosa) sono ormai un quarto della popolazione. Un segnale, secondo la tesi di Jenkins, di come anche la natalità sarà destinata ad abbassarsi sui livelli visti in Europa.
Più difficile inquadrare la situazione nel mondo islamico, anche se, avverte lo studioso USA, la visione che identifica quei Paesi come quelli in cui avviene l’esplosione demografica, è sbagliata, perché in Paesi come l’Indonesia, il Magreb, l’Africa Nord-Occidentale e la stessa Penisola Arabica, i tassi di fertilità stanno scendendo.
Arica: grande sentimento religioso e vertiginoso aumento della popolazione
Ecco, allora, che “il cuore della sfida demografica e religiosa” diventa l’Africa sub-sahariana. La crescita demografica dell’Africa si è rivelata essere un fatto epocale: nel 1990 la popolazione africana rappresentava il 7% di quella mondiale. La prospettiva è che nel 2050 ne rappresenti un quarto! Sempre per quell’anno, le previsioni di quelli che saranno i paesi più popolosi del mondo includono 6 nazioni africane: Nigeria, Repubblica democratica del Congo, Etiopia, Tanzania, Uganda e Kenya, mentre l’unico europea sarà la Russia. A conferma della tesi di Jenkins, i paesi dell’Africa sono quelli in cui è più alto il sentimento religioso.
In un sondaggio del 2015, in cui si chiedeva agli intervistati semplicemente se si sentissero religiosi, i primi 25 Paesi per tasso di risposte affermative (fino al 95%) erano in Africa, Medio Oriente e Sud-est asiatico. Un entusiasmo religioso che si manifesta tanto nelle nazioni islamiche quanto in quelle cristiane e che fomenta anche gli scontri, data la giovane età media e la facilità che questo comporta nel “reclutare persone per combattere i nemici nelle strade”.
Il Niger, nel 1950, aveva 2,6 milioni di abitanti, meno di Brooklyn. Nel 2015, con questi tassi di crescita, ne avrà oltre 68 milioni, come la Francia. Nello stesso anno, la popolazione della Nigeria sarà arrivata a 411 milioni, molto più che negli Stati Uniti: i nuovi equilibri mondiali si decidono nella culla.
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