Considerazioni sul senso spirituale, ecclesiale e comunitario dell’astensione dal cibo in un mondo ferito dai conflitti
Recentemente sul portale di notizie e informazioni online “Aleteia” è stata ancora riproposta la questione circa il senso del digiuno, personale e/o collettivo, e i suoi possibili effetti sulla vita, nelle relazioni interpersonali, sociali e internazionali.
La domanda diffusa e il rischio del “pensiero magico”
Spesso alcuni si interrogano su come il digiuno potrebbe aiutare a fermare una guerra lontana migliaia di chilometri.
La Chiesa incoraggia la consuetudine dell’astensione dal nutrirsi e tutti gli ultimi pontefici hanno indicato giorni specifici di digiuno, come i giorni di digiuno per la pace nel mondo.
Di fronte a tali proposte, attraverso un’ingenua, ma diffusa domanda in molti si chiedono: “Com’è possibile che il mio digiuno fermi una guerra? Cosa c’entra quello che mangio o non mangio con la pace mondiale?”
Occorre, in verità, ricollocare l’invito all’esperienza del digiuno in ambito ecclesiale nella sua corretta dimensione onde evitare di attendersi che tale prassi possa magicamente fermare una guerra lontana.
La dimensione spirituale e il legame tra fede, preghiera e digiuno
Quale dimensione spirituale può essere attivata e condivisa comunitariamente a livello universale tale da essere idonea a orientare la ricerca della pace e della giustizia anziché fomentare l’odio, il conflitto e i confitti?
Perché accompagnare fede e preghiera con il digiuno?
Mentre consideriamo opportuno ribadire l’assenza di una qualsiasi pretesa magica o ingenua di tale prassi, possiamo individuare alcune possibili “utilità” del digiuno, meglio comprensibili, riteniamo, quando il digiuno è inserito e vissuto in un più solido contesto di fede e di preghiera.
Nel richiamare alcuni appelli al digiuno promossi dai Pontefici nel corso della storia e il loro possibile contributo alla risoluzione positiva dei conflitti, queste possono essere alcune plausibili ragioni per cogliere il senso di accompagnare la prassi della preghiera, vissuta nella fede, con quella del digiuno:
- Un antidoto all’orgoglio che genera i conflitti, poiché ogni guerra nasce da una forma di orgoglio di qualcuno, digiunando avremmo l’opportunità di riconoscere di essere fratelli di soggetti orgogliosi e guerrafondai; il digiuno orante diventerebbe, quindi, una richiesta a Dio di conversione di tutti i nostri cuori.
- La via verso una preghiera umile e autentica. Una preghiera che viene formulata senza elevarsi presuntuosamente a titolari esclusivi di valori superiori rispetto agli altri: il fariseo descritto da Gesù in alcune parabole digiunava, ma vantandosene lo trasformò in un gesto inutile e dannoso, svuotandolo del suo autentico significato.
- Compassione e vicinanza alle vittime della guerra. Non abbiamo alcun merito se siamo collocati in una determinata parte del mondo; non solo, forse è proprio il nostro essere “di una parte” del mondo che ci rende in qualche modo concausa della sofferenza altrui.
- Rompere le catene del consumismo per tornare all’essenziale. Il digiuno consente di ricondurre all’essenziale e rende evidente che è possibile vivere senza il superfluo, senza ciò che l’opulenza e il consumismo tipico di alcune società induce a considerare “essenziali”: si profila la prospettiva di uno stile di vita essenziale, sobrio, istruita ad un’ecologia integrale che restituisce dignità all’espressione “giusto e solidale”.
Un’invocazione per cambiare i cuori e risvegliare la giustizia
Il digiuno, quando orante, può aiutare, sia a livello personale che comunitario, a cogliere la necessità e l’urgenza della pace come dimensione delle relazioni vissute secondo giustizia e dignità.
Il digiuno orante consente agli uomini di esprimere a Dio l’invocazione e l’implorazione affinché cambino i cuori di quanti sono artefici e coinvolti nella guerra, senza tuttavia ritenere superfluo il decisivo discernimento per la pace e la giustizia sollecitato da Dio e rivolto a tutte le persone, in particolare a quelle di “buona volontà”.
Il Messaggio per la Quaresima 2026
Come peraltro ha proposto e ben illustrato Papa Leone XIV in occasione del Messaggio per la Quaresima 2026
“il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio. L’astensione dal cibo, infatti, è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Proprio perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo “fame” e ciò che riteniamo essenziale per il nostro sostentamento. Serve quindi a discernere e ordinare gli “appetiti”, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo”.
a cura del Centro Studi de “La Pietra Scartata“
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