Bakhita, la “suora di cioccolato”, la Madre Moretta di Schio, migrante moderna, testimone di fede nella gioia
Ho avuto l’opportunità e il privilegio di conoscere, finalmente, Santa Bakhita, seguendo il cammino di riflessione verso il convegno DONNE NELLA CHIESA Artefici dell’umano, previsto per il 7 – 8 marzo 2024, propostomi dalla Prof.ssa Fermina Alvarez Alonso, membro del Comitato scientifico del convegno.
Della Santa mi parlò per la prima volta una mia giovane coinquilina a Napoli, nella casa dei bassi di Porta Capuana, Velia, studentessa di veterinaria. Da allora il nome di Bakhita è rimasto in un angolo dei miei pensieri come un conto in sospeso, di cui avevo dimenticato tutto eccetto il nome.
“Figlia di Dio, io, povera negra!” esclamava Bakhita nell’emozione di essere battezzata, libera e cristiana.
Bakhita è una figura estremamente moderna in cui tante piaghe e tante qualità si incrociano e fanno discutere: schiavitù, sessualità, disobbedienza, castità, libertà, affabilità, mitezza, gioia… E gratitudine di fronte a chi le ha fatto del male, dandole la possibilità di incontrare Gesù.
Un incrocio di gioia e fede, in una vita fatta di sofferenze incredibili e di tribolazioni per molti motivo di infelicità.
La schiavitù di Bakhita
Creatura Fortunata, destinata, così come recita in arabo il nome che le dettero i suoi rapitori: Al-bakht, destino! Qui è racchiusa tutta l’essenza da lei tracciata nella sua vita sulla terra.
Rapita che non aveva neppure 7 anni; passata di mano in mano e alla fine, o meglio “alla fine prima dell’inizio”, persino regalata, tanto la sua vita non valeva nulla, Bakhita viene assoggettata a “trattamenti disumanizzanti volti a ottenere dalla schiava ogni servizio, usufrutto e perfino godimento sadico e capriccioso” – come scrive Mons. Fortunatus Nwachukwu Segretario del Dicastero per l’Evangelizzazione.
Piagata, scavata con il rasoio e con il sale nelle ferite per assicurarsi che non rimarginassero in fretta e restassero incise: si contano centoquarantotto “tatuaggi” incisi, in particolare da una padrona sadica.
In un manoscritto conservato dalle suore Canossiane a Roma lei stessa scrive “ Mi pareva di morire in ogni momento, senza nemmeno una pezzuola con cui asciugare il liquido che continuamente usciva dalle piaghe semi aperte per il sale” [1]
Calisto Legnani, console italiano a Khartum la compra per riscattarne la libertà intorno al 1882. È la sua quinta compravendita. Essendo priva della sua memoria di bambina, tanto era il trauma delle vessazioni subite, il console decide di regalarla all’amico Augusto Michieli che ne fa la bambinaia di famiglia. Fu grazie al dono di un crocifisso da parte dell’amministratore della famiglia Michieli, Illuminato Checchini, che Bakhita iniziò a incontrare Cristo nella sua vita.
Una nuova libertà
Il Patriarca di Venzia e il procuratore del re intervennero sulle rivendicazioni di proprietà della Signora Turina Michieli, facendo in modo che Bakhita potesse finalmente essere libera e scegliere il suo destino.
Bakhita si libera con ferma volontà dalle catene della schiavitù, dall’oppressione e dal rischio della prostituzione. Sceglie la sua strada in piena autonomia sia contro chi la vuole schiava in Africa, sia contro la società che la vuole asservita in Italia. Ha il coraggio e la forza della ribellione, ma la conduce senza violenza, senza prevaricazioni, senza gesti estremi: per questo è Sorella universale [2].
Fu accolta nella comunità delle Canossiane di Schio, in un paesino che verosimilmente mai aveva visto prima una persona “negra”. Da subito Bakhita si distinse per mitezza, dolcezza, umiltà e tante altre qualità. Anche nelle due grandi guerre ebbe modo di essere di esempio e durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, vicina ai feriti e senza recarsi nel rifugio, era certa che a Schio non sarebbe mai accaduto nulla, avendo lei stessa raccomandato la città al Paròn (così chiamava il Signore, in dialetto, la sola lingua che conoscesse).
La sua voce amabile, che aveva l’inflessione delle nenie e dei canti della sua terra, giungeva gradita ai piccoli, confortevole ai poveri e ai sofferenti, incoraggiante a quanti bussavano alla porta dell’Istituto.[3]
Una storia che si ripete
Mons. Fortunatus Nwachukwu scrive sulla sua morte avvenuta l’8 febbraio 1947: “La sua salma rimase per ore senza irrigidirsi, facendo ritardare i funerali, forse per la preoccupazione che non fosse ancora morta, ma anche per permettere alla gente che visitava la salma di alzare la sua mano per baciarla ancora, posarla sulla testa dei bambini e chiedere la sua benedizione”.
Dal Darfur a Schio quante sono le storie, oggi, di schiavitù di madri, donne, bambini, che si celano dietro i viaggi che derubrichiamo nella questione migration and mobility. Forse così etichettati sono più semplici da accogliere nel nostro pensiero, senza troppo pensare, di quante cicatrici, piaghe, umiliazioni sono fatti questi chilometri percorsi nella speranza oltre ogni disperazione.
Marzia Masiello
[1] https://www.facebook.com/watch/?v=684110945914196
[3] https://www.causesanti.va/it/santi-e-beati/giuseppina-bakhita.html
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