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Il grido di Giuseppe – La relazione con l’altro: promessa e dramma (1)

Il teologo Maurizio Chiodi riflette sulla relazione tra genitori che abbandonano, figlio abbandonato e genitori che accolgono in adozione, a partire dalla storia del patriarca Giuseppe. La prima tappa si concentra sulla promessa e il “dramma” della relazione con l’altro

Tra i testi raccolti nel fascicolo n. 12 della rivista “Lemà sabactàni?” dedicato al tema “Il grido di Giuseppe: il perdono del patriarca abbandonato”, troviamo il contributo del teologo Maurizio Chiodi (Il perdono nella grammatica della relazione), docente di teologia morale presso il Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” di Roma e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano, autore del libro Dramma, dono, accoglienza. Antropologia e teologia dell’adozione (Edizioni San Paolo – 2020), già primo Consigliere Spirituale e ispiratore dell’Associazione La Pietra Scartata, direttore della rivista “Lemà Sabactani?”.
Si tratta di una riflessione importante che parte dalla straordinaria storia del patriarca Giuseppe per individuare alcuni punti nevralgici e significativi della struttura drammatica delle relazioni umane.
Secondo tale prospettiva, Chiodi illustra come sia possibile interpretare la complessa relazione tra madre e padre che hanno abbandonato, il figlio che è stato abbandonato, i genitori adottivi che lo hanno accolto come proprio figlio.
Il contributo verrà pubblicato in 8 tappe, precedute da una introduzione di Gianmario Fogliazza.
Questa è la tappa 1.
QUI per leggere l’introduzione

Tappa 1 – La relazione con l’altro: promessa e dramma

Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?” (Sal 8,5). Così chiede il salmista. Chi è l’uomo? La nostra identità non è ‘statica’, ma è costituita da una storia, che è unica e originalissima e che ciascuno di noi potrebbe raccontare, anzitutto a se stesso.
Ognuno di noi è una identità che permane nel tempo e insieme si trasforma ed evolve: io sono sempre me, ma divento anche altro da me. La nostra identità è temporale e perciò ‘narrativa’. Essa prende forma distendendosi nel tempo.

L’inizio della mia storia coincide con una promessa: è la promessa di chi ci ha generato e ci ha dato alla luce. Mettendoci al mondo, i genitori annunciano una promessa e si impegnano per noi: “Mi prenderò cura di te”.
Ma questo non sempre accade. A volte il tradimento si pone proprio in questo inizio, perché coloro che si impegnano non sono all’altezza della promessa. L’inizio della mia storia non è mai assoluto: esso è frutto dell’iniziativa di altri, con le loro attese e speranze, insuccessi e fallimenti.
Questo è un tratto universale di ogni uomo: la sua storia personale è sempre l’esito di un intreccio di eventi, di azioni e di relazioni. Letteralmente ‘dramma’ in greco significa ‘azione’ e drao agisco.
Per questo la nostra storia è un dramma: non perché essa sia tragica, ma perché è segnata dall’agire, dalle scelte, nelle quali ciascuno determina la sua singolarità, unica e irripetibile, in relazione ad altri. Sono questi che ci chiedono: “che cosa hai fatto?”.

La storia di ciascuno di noi assomiglia per molti versi a un romanzo, costruito sulla storia di più soggetti, il protagonista e altri. L’identità di un personaggio è sempre una «sintesi dell’eterogeneo» [nel testo di P. Ricœur, Sé come un altro, Milano 1993 (p. 233) troviamo l’elaborazione di una teoria del sé (ipseità); per un approfondimento del tema cfr. M. Chiodi, L’identità narrativa ed etica nell’ontologia ermeneutica di P. Ricœur, in Teologia 34 (2009), pp. 385-415].
Essa si configura come una ‘concordanza discordante’, una sintesi di eventi (che accadono) e di azioni (che fanno accadere), che si svolgono nel tempo. La varietà eterogenea di questi elementi costituisce la sintesi della personale originalità di ciascuno di noi.
Nel racconto biblico di Gn 37-50 anche l’identità di Giuseppe permane nel tempo. Essa si snoda attraverso l’accadere di eventi imprevedibili e casuali e attraverso atti che più direttamente coinvolgono intenzioni, decisioni, responsabilità. Questo intreccio di atti (far accadere) e di eventi (accadere) si struttura in un’unica storia.

A volte in un solo atto si intrecciano eventi e scelte: per esempio, nella storia di Giuseppe nessuno poteva prevedere l’arrivo della carovana degli ismaeliti. Era un evento imprevedibile, anche se frutto di azione umana. Ma questo evento cambia radicalmente la sua storia e spinge i fratelli a prendere nuove decisioni. Non la morte, ma la vendita e l’inganno al padre.
Altre volte un’azione produce degli effetti imprevisti, buoni o cattivi, magari anche non voluti, come l’impegno di Giuda a ‘salvare’ il fratello oppure la seduzione della moglie di Potifar nei confronti di Giuseppe. Altre volte ancora le azioni si concatenano con le azioni degli altri, come le scelte dei suoi fratelli, reciprocamente legate tra loro.

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