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Storie vere di accoglienza. La grande scoperta di Simona, l’adozione di un bambino abbandonato (2)

Ero arrabbiata con tutto il mondo, con Dio, ma soprattutto con me stessa, perché non ero capace di realizzare la cosa più naturale del mondo: avere un figlio!

A seguito della frustrazione causata dalla sterilità, Simona ha scoperto l’adozione ritrovando la sua strada. L’arrivo di Juan nella sua vita sarà fonte di amore e di riavvicinamento al Signore.

La prima parte della riflessione si può leggere qui.

Sono stati momenti difficili. Vicino a me tutti gli amici avevano realizzato questo sogno che per me era diventato un “sogno irraggiungibile”. Ero arrabbiata con tutto il mondo, con Dio, ma soprattutto con me stessa, perché non ero capace di realizzare la cosa più naturale del mondo.

Quanto dolore e quanta sofferenza ogni giorno mi accompagnava. La cosa che mi faceva male non era il fatto che non potevamo avere un figlio biologico “nostro”, ma era il mio fallimento come donna.

Io non ho mai pensato al patrimonio genetico, a un figlio che ci somigliasse, per me non è mai stato importante e ora che ho Juan tra le braccia ne sono ancora più certa.

Come ho sempre fatto nella mia vita, mi sono rinchiusa in me stessa e ho cercato di elaborare il mio dolore. Poi, appena mi sono sentita pronta, mi sono aperta con mio marito e con il mondo esterno.

Questa era la frase che più mi dava fastidio, pronunciata dalle persone a me vicine: «Non pensarci, vedrai che quando meno te lo aspetti rimarrai incinta». In quei momenti la rabbia esplodeva dentro di me, in quanto mi facevano sentire in colpa con quella stupida frase. Allora rispondevo: «Tu ci riusciresti a non pensarci? Se sai come poter fare, per favore, spiegacelo». A quel punto nessuno rispondeva.

L’arrivo del figlio

Poi, dopo tutto questo, è arrivato: Juan, inaspettatamente così piccolo. La prima cosa che ho pensato quando l’ente ci ha chiamati è stata “Ce la faremo, ce la farò?”. Quando l’ho visto per la prima volta ho provato una grande paura e pensavo “Gli piacerò come mamma?”. Forse proprio per questo mi ero fatta crescere i capelli e li avevo lasciati del mio colore, castano scuro, per sembrare un poco più simile a lui.

Juan piangeva anche perché lo avevano svegliato, ma anch’io piangevo e pensavo “Mi accoglierà?”, perché adottare per me non significa solo “accogliere”, ma anche essere accolti.

Quello che sicuramente mi ha unito subito a Juan è stato il dolore dell’abbandono, ma il Signore ha progetti più grandi di noi. Quante volte, quando mi trovavo ancora in Bolivia, piangevo e pregavo chiedendo al Signore di aiutarmi a diventare una mamma. Per me essere una madre è come un porto che tiene al sicuro le barche, ma le lascia anche andare in mare aperto aspettando la sera il loro rientro. Certo, ci sono stati tanti momenti belli, ma anche momenti difficili.

Dopo sette anni senza figli avevamo trovato un nostro equilibrio, invece improvvisamente ecco qui: pannolini, notti insonni e pappette! L’ipotesi che Juan non mi percepisse come la sua mamma era la cosa che mi spaventava di più e mi faceva sentire insicura. Io mi sentivo pronta, ma per lui era lo stesso? 

Questo mi ha spinto a essere più sensibile nella cura e nello sviluppo delle relazioni di alcune persone della famiglia con Juan, mi sono trasformata in una leonessa che difendeva il proprio figlio con le unghie e con i denti.

Quello che sento è che Juan è mio figlio. Provo un senso di gratitudine, sono giunta a considerare una fortuna la mia sterilità!

 

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