«I vostri figli non sono i vostri figli, non vengono da voi ma attraverso di voi… e non vi appartengono benché viviate insieme»
Ci siamo conosciuti a circa 18 anni e ci siamo sposati a 26. Durante questo periodo abbiamo avuto modo di toccare, tramite un progetto Acli, la realtà dell’infanzia in difficoltà.
Questa esperienza già all’epoca ha segnato la nostra progettualità di vita di coppia; si discuteva, infatti, sul futuro come famiglia e si introduceva il desiderio di una genitorialità non solo biologica, ma anche adottiva.
Dopo 4 anni di matrimonio abbiamo affrontato la ricerca di un figlio biologico con l’esplicita e condivisa decisione che, di fronte ad una eventuale difficoltà (esperienze vissute da coppie di amici), non avremmo intrapreso l’iter preposto dalla scienza medica, ma saremmo incondizionatamente ricorsi all’adozione.
Abbiamo concepito Stefano e, concentrandoci totalmente in questa meravigliosa esperienza, abbiamo accantonato momentaneamente l’esperienza adottiva.
Una volta stabilizzata la famiglia e Stefano giunto ai 9 mesi ci siamo accorti che il desiderio di adozione era ancora più forte in noi, in quanto vedere nostro figlio crescere con amore ha risvegliato il desiderio di dare una famiglia ad un bambino abbandonato.
Siamo così andati al Tribunale dei minori per la documentazione (nazionale e internazionale), in quanto nei nostri pensieri non c’era nessuna preclusione al colore piuttosto che al Paese.
Iniziamo quindi l’iter con i Servizi sociali con una convinzione tale della scelta che stiamo facendo da essere denominati come integralisti dalla psicologa che nel frattempo provava a portarci verso l’affido piuttosto che un altro figlio biologico (vi è venuto così bene… è bello e bravo…).
Dopo vari tipi di test – come disegnare famiglie di animali, strani anagrammi sulle esperienze significative della nostra vita, collage individuali su passato, presente e futuro – otteniamo l’idoneità.
È interessante il fatto che i colloqui con la psicologa, inizialmente vissuti come momenti di forte ansia, si siano poi rivelati un’ottima esperienza di confronto e crescita di coppia.
Con la nostra bella idoneità contattiamo Ai.Bi. Amici dei Bambini e, durante il fine settimana di corso, ritroviamo magicamente espresse dai conduttori tutti i nostri ideali e sogni su cosa sia l’adozione internazionale, la sussidiarietà, l’ultima speranza. Veniamo illuminati e, nello stesso tempo, schiacciati dalle storie dei bambini in istituto che ci vengono presentate, dalle problematiche profonde legate alla “ferita” dell’abbandono.
La scelta è ora più concreta e consapevole.
La paura però attanaglia lo stomaco: saremo in grado?
Stefano come gestirà la relazione con suo fratello/sorella?
E i nonni? Saranno in grado di amare i nipoti allo stesso modo?
E lui/lei accetterà la sua nuova famiglia?
Domande che trovano accoglienza e comprensione dagli operatori dell’associazione e che verranno completamente fugate solo nel momento in cui nostra figlia ci verrà data in braccio.
Del resto le scelte importanti fanno un po’ paura no?
Veniamo abbinati alla Bolivia e il periodo di attesa all’abbinamento non passa mai; decidiamo così di raccogliere più materiale possibile di questo meraviglioso Paese, cerchiamo foto di bimbi per cominciare tutti e tre a immaginare nostro figlio/a e fratello/sorella.
Ci sentiamo fortunati rispetto ad altre coppie che incontriamo in questo periodo d’attesa. Noi abbiamo da “tirare grande” Stefano; cresce, è vivace ed affettuoso.
Cerchiamo di prepararlo, utilizziamo libri, disegni e inventiamo storie per cercare di fargli capire ciò che succederà, ma non è sempre facile: arriverà un fratellino o una sorellina più piccola di te. I suoi amici hanno la mamma che aspetta un fratellino e vedono la pancia che cresce, noi andremo a prenderlo con l’aereo in un paese a 4000 metri d’altezza!
Finalmente dopo due anni di attesa arriva l’abbinamento: è una sorellina, ha 3 mesi e mezzo e ci aspetta tra 10 giorni: evviva si parte! 40 giorni a La Paz e si torna in quattro.
Il vissuto dell’esperienza di paternità e maternità
Il vissuto della nostra esperienza ci riporta alla convinzione che tutti i figli biologici o no siano comunque affidati da Dio, tanto che per noi la massima espressione della genitorialità sta nel pensiero del libro Il Profeta di K. Gibran: «I vostri figli non sono i vostri figli, non vengono da voi ma attraverso di voi… e non vi appartengono benché viviate insieme».
Da quando Claudia è entrata nella nostra vita è stata per noi nostra figlia. Dal primo momento che l’abbiamo presa in braccio.
Forse è stato così automatico in quanto, essendo molto piccola, è stato subito un rapporto molto fisico, empatico da parte sua: non vi erano riserve, resistenze si è subito abbandonata agli abbracci, alle coccole.
Era, insomma, totalmente dipendente da noi (biberon, pannolini ecc.). Questo è sicuramente ciò che rende più semplice l’adozione del bambino piccolo in questa fase.
Claudia ha solo 3 anni e Stefano 6; noi ci rendiamo conto che stiamo ancora vivendo la fase idilliaca del rapporto genitori-figli, ancora non abbiamo affrontato confronti particolarmente difficili e domande particolarmente scottanti.
Sinceramente i due volti di Claudia sono ancora alternativamente presenti e siamo convinti che lo saranno per sempre, sebbene col tempo sia molto più presente quello di Claudia “nostra figlia” piuttosto che quello di Claudia “nostra figlia adottiva”.
Spesso ci troviamo a parlare dell’adozione di Claudia quasi fosse una “rivelazione” per gli interlocutori che, basiti, ci sottolineano l’evidenza di questa cosa a causa delle differenze fisiche che ci contraddistinguono.
Ci rendiamo conto che, pur apprezzando continuamente le particolarità fisiche di nostra figlia, nella quotidianità è nostra figlia e basta.
Talvolta invece, soprattutto quando dorme, quando sembra avere dei momenti di tristezza immotivati, quando chiede continuamente: «Ma tu sei la mia mamma? Ma tu sei il mio papa?». Ecco che compare il volto della figlia adottiva, il volto della figlia che dovremo aiutare a costruire la sua storia, a curare la ferita dell’abbandono che ha vissuto, della figlia che, speriamo, una volta più grande riuscirà a riconoscerci come suoi genitori (questa per noi è la sfida, il rischio dell’adozione di un bambino molto piccolo).
La storia dei figli nel vissuto dei genitori
Claudia al momento ha interiorizzato la sua origine boliviana e spesso ne parla, vuole vedere il filmino di quando siamo andati in Bolivia ad incontrarla. Da quando ha iniziato a parlare spesso chiede con insistenza conferma del fatto che siamo sua mamma, suo papà, suo fratello, nonni, ecc. non ha però ancora verbalizzato i suoi vissuti.
Il nostro incontro con lei è stato uno dei momenti più emozionanti della nostra vita. L’abbiamo vista per la prima volta che dormiva e le suore dell’istituto ci hanno invitato a tornare dopo qualche ora. Al pomeriggio, al nostro ritorno, ci hanno presentato questo “pulcino” di 4 mesi. Da quel momento abbiamo cominciato ad prenderci cura di lei.
Ci sentiamo di dire che il momento dell’incontro è stato per noi paragonabile al momento della nascita di Stefano, fisicamente meno doloroso, ma molto intenso e condiviso da entrambi.
Spesso ci sentiamo dire: «Meno male che è piccola, così è proprio come fosse vostra»; pensiamo sia una stupidata!
Crediamo invece che il fatto che la bambina sia piccola abbia agevolato la prima fase dell’esperienza adottiva. Costituirsi come famiglia è molto più semplice, in questo non hai da gestire e affrontare resistenze, paure, prove di fronte alle quali il bambino più grande ti pone. Ci aspettiamo però un lavoro molto duro in quanto abbiamo la grande responsabilità di far conoscere a Claudia la sua storia, il suo abbandono, del quale peraltro abbiamo pochissime informazioni, e temiamo che in fasi particolari della sua vita (vedi adolescenza) possa avere da recriminare su qualche nostra scelta.
È per questo che per noi è stato importante vivere 40 giorni in Bolivia, conoscere il suo istituto, cercare di raccogliere più materiale possibile, mantenere i contatti con le suore che l’hanno accudita; confidiamo di riuscire a donarle l’orgoglio per la sua origine e di farle accettare la sua storia nel migliore dei modi.
Come genitori che mettono al centro della vita il “tirare su” i figli spesso ci troviamo a pensare alla scelta di questa donna che, dopo aver partorito la figlia, ha deciso di rinunciare a lei. Abbiamo pochi dati su ciò che è successo e nessuno circa le motivazioni che l’hanno portata a questa scelta. Per quel poco che sappiamo non riusciamo ad avere sentimenti di condanna verso di lei.
La povertà della Bolivia l’abbiamo toccata con mano, i bambini in strada, storie di maltrattamenti, abusi e quant’altro. Nulla di tutto questo ha toccato nostra figlia e di questo ringraziamo Dio e questa donna.
Come madre non nascondo che a volte vorrei provare del rancore per lei, invece quando guardo Claudia, e penso alla sua storia, provo una grande tristezza perché potrebbe essere stato un grande atto di amore di una mamma che ha voluto dare una possibilità a sua figlia.
Pensieri e riflessioni di Marialuisa e Sergio
Chi volesse conoscere più da vicino il meraviglioso mondo dell’Adozione Internazionale può farlo, partecipando ad uno degli incontri informativi di gruppo, gratuiti organizzati da Ai.Bi. per maggiori informazioni QUI
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