L’adozione di un minore abbandonato prima di essere un atto giuridico è un atto di fede, da recitare, con convinzione, ogni giorno: “Credo che tu sia mio figlio, credo che tu sia mio padre”

“Affascinati dalla bellezza” racchiude un po’ il senso di quello che vi racconteremo. Il nostro essere stati affascinati dalla bellezza di un incontro, o meglio di tre incontri: il nostro incontro, l’incontro con i nostri figli – in quanto non generati da noi – e in loro e attraverso loro l’incontro con Cristo abbandonato (e Risorto).
Cosa di più bello e affascinante ci poteva capitare? Non vi racconteremo delle difficoltà e dell’impegno che la nostra scelta hanno comportato, perché siamo consapevoli che le cose più belle, le esperienze più significative sono quelle che richiedono anche maggior fatica. Ma è una fatica che ti ripaga ampiamente e ti apre quotidianamente ad orizzonti inimmaginabili.
“Signore perché proprio noi”?
In una coppia che si ama c’è già iscritto il profondo desiderio del figlio.
Con questa frase crediamo di poter sintetizzare il nostro vissuto nella prima fase dell’innamoramento, quando da giovani ragazzi impegnati nel servizio verso bambini e adolescenti della nostra parrocchia, ci sembrava di cogliere in ognuno di loro i tratti fisici e caratteriali che avrebbero avuto i nostri figli. Un passo dell’introduzione preparata per la celebrazione del nostro matrimonio diceva: Ti preghiamo perché la nostra famiglia sia sempre accogliente, disponibile al servizio, ed ogni giorno sia un si concreto alla tua chiamata.
Qualche anno dopo, la scoperta della nostra sterilità e la domanda angosciante: “Signore, perché proprio a noi? Noi che abbiamo dedicato il nostro tempo, le nostre energie ed il nostro cuore per i figli degli altri, cosa ci chiedi?”
La sterilità, nel momento della scoperta, è paragonabile ad un lutto, quasi che l’amore non si possa concretizzare in qualcosa di visibile. Tuttavia la speranza ha prevalso sui momenti più difficili, ed il desiderio di accogliere ci ha aperto le porte verso un modo nuovo di essere famiglia. Già, accogliere, ma non era solo aprire la porta della nostra casa a qualcuno, significava fargli spazio nel nostro cuore, uno spazio in cui potesse sentirsi accettato così com’era, con le sue ferite e i suoi doni. Dovevamo affidarci al Signore per sentirci accolti da lui come figli, solo allora saremmo riusciti a fare altrettanto con i nostri figli.
La scelta dell’Adozione
Quando siamo partiti per l’Ecuador, le nostre bambine vivevano in un istituto a tre ore dalla capitale. Allora avevano tre e quattro anni. Nei loro sguardi, segnati dall’abbandono, c’era la paura, il vuoto, lo smarrimento, l’angoscia di Gesù lungo la strada della croce. Il nostro è stato l’incontro della speranza, la doverosa risposta al loro diritto di essere figlie, ma soprattutto il riconoscimento che Dio non abbandona nessuno dei propri figli. Dopo 37 giorni trascorsi in Ecuador, tornammo in Italia: e qui iniziò il cammino di nuova famiglia.
Più volte ci siamo chiesti, guardandole con immensa tenerezza, cosa ci legasse a loro che si erano affidate totalmente a noi. Sicuramente il bisogno estremo di mettersi in relazione, la ricerca di una carezza mai ricevuta, la consolazione nei momenti di pianto avevano contribuito a far nascere un grande amore, ma riteniamo che tutto questo sia avvolto da un grande mistero: noi siamo figli di Dio incondizionatamente, siamo suoi figli adottivi e in quanto tali ci sentiamo amati …; questo sentirsi figli si trasferisce nel nostro essere quotidiano padre e madre di figli che non ci assomigliano fisicamente, ma sono tali perché voluti, accolti e amati. In questo senso l’adozione prima di un atto giuridico è un atto di fede: credo che tu sia mio figlio, credo che tu sia mio padre.
Grazie alle nostre figlie abbiamo riflettuto su come può un bambino abbandonato possa credere ancora nell’amore di un’altra mamma … . Con loro abbiamo imparato a leggere la speranza contro ogni speranza, abbiamo capito che l’abbandono non può mai essere l’ultima parola, perché proprio da una abbandono può nascere un dono, che è tale solo se viene accolto … . Ma lo sguardo angosciato di chi avevamo visto e lasciato nell’istituto di nostre figlie, la preghiera fatta con loro ogni sera per le migliaia di bambini dimenticati, la certezza che per moltissimi di loro il futuro giungerà sempre uguale al presente, ha più volte interrogato la nostra coscienza.
Accogliere per la seconda volta
Abbiamo proposto anche a loro di aprirci nuovamente all’accoglienza e dopo qualche anno è arrivato nella nostra famiglia nostro figlio: un bambino moldavo di 6 anni. Mai come in Moldavia abbiamo avvertito l’importanza di essere famiglia unita, che si costruisce giorno per giorno. Un’estate, lungo un sentiero di montagna, li osservavamo camminare tutti e tre in fila davanti a noi. Procedevano con passo lento, la salita era faticosa, ma in quella fatica fatta insieme ci sentivamo uniti: è questa l’immagine più bella del nostro vivere la quotidianità, dove i momenti più intensi sono quelli in cui ci si sente amati come figli e come genitori. Essere desiderati ed accettati come persone, uniche e irripetibili, arricchisce giorno dopo giorno la nostra esperienza di vita.
Ora, ripercorrendo a ritroso quanto vissuto, ci sentiamo molto vicini alla figura dei discepoli di Emmaus: abbiamo iniziato un cammino senza accorgerci che coloro che erano stati posti al nostro fianco avevano riflessi nei loro volti i tratti del volto di Gesù: “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato” (Mc 9,37).
Il Signore chiama noi famiglie all’accoglienza
Desideriamo condividere alcuni quesiti e spunti di riflessione: il grido di un bambino abbandonato da chi viene ascoltato? Di chi è figlio quel bambino che è lasciato solo ai margini di una strada, dentro una comunità o un istituto? Chi si occuperà di rendergli giustizia, di garantirgli il diritto di ri-tornare ad essere “figlio”?
Il Signore chiama noi famiglie all’accoglienza, perché la famiglia è “luogo naturale” di cura e custodia di ogni figlio, anche se non generato ma ricevuto e accolto in dono. Una chiamata particolare è riservata alle coppie sterili che possono scoprire la grazia della “sterilità feconda”: sperimentando nel cuore e nella carne che, anche se è stato loro “tolto molto”, è stato donato loro, molto di più.
A partire dalla nostra esperienza, che ha visto “risorgere a nuova vita i nostri figli” e che porta nel cuore gli occhi di tanti “altri nostri figli” rimasti soli, è importante sostenere e promuovere nella società, ma anche nelle parrocchie e nei diversi ambiti pastorali, l’accoglienza familiare, sia essa realizzata attraverso l’adozione o l’affido.
Pensieri e riflessioni di Marialuisa e Massimo , Comunità “La Pietra Scartata”
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