Ricorre in questi giorni il trentesimo anniversario dell’arrivo in massa dei profughi albanesi al porto di Brindisi. Accolti dalle famiglie spinte dalla carità cristiana di chi apre le braccia in modo disinteressato

Sono passati ormai 30 anni da che l’Italia, e il mondo, guardava sgomenta le immagini del porto di Brindisi, gremito all’inverosimile da uomini, donne e bambini arrivati dall’Albania su improbabili imbarcazioni di ogni tipo.
Fu uno sbarco di massa impossibile da dimenticare, per i numeri delle persone arrivate e per la disperazione di così tanti volti e così tante storie in fuga da un Paese distante solo pochi chilometri di mare da noi.
Lo sbarco e l’accoglienza del popolo scristiano
Le cronache parlano di circa 25 mila persone, che nel giro di poche ore si ritrovarono ammassate sulle banchine del porto di Brindisi, cogliendo del tutto impreparate le autorità. Chi per primo si mosse e cercò di organizzare qualcosa fu il Vescovo, che fece pressione sulla Prefettura affinché ordinasse l’apertura delle scuole per dare un primo riparo ai profughi.
Ma più ancora fece la popolazione di Brindisi, che spontaneamente aprì metaforicamente le proprie braccia e concretamente le porte delle case per offrire un iniziale rifugio a quei profughi, scappati con coraggio da un Paese che puniva con pene dai 10 anni di prigione alla pena capitale chi si macchiava del reato di espatrio
In fuga da una delle dittature più feroci del Novecento
Come scrive nel sentito ricordo affidato a La Nuova Bussola Quotidiana Padre Bruno De Cristofaro, dell’Opera Santuario “N.S. di Fatima”, all’epoca piccolo bambino di 6 anni, quelle “Anime” sbarcate sulle coste pugliesi “che fuggivano dalla spietata utopia del Sistema perfetto, trovarono rifugio fra le braccia imperfette di una generosità libera e disarmata”.
Perché quello che non tutti sanno è che l’Albania da cui quella gente fuggiva era un Paese devastato da decenni di governo di una delle più feroci, e poco conosciute, dittature del XX secolo. Un Paese in cui la situazione, nonostante la morte del dittatore Hoxha e la caduta del Muro di Berlino, sembrava non cambiare in fretta come si sperava.
Il fatto, come ricorda Padre De Cristofaro, è che quella scritta dal regime albanese fu una pagina di storia terribile, specie per la volontà di Hoxha di costruire il “primo stato ateo del pianeta”. Una definizione che consentì di confiscare scuole, orfanatrofi e ospedali cattolici, chiudere case editrici, arrestare e condannare sacerdoti e laici, sciogliere ordini religiosi e associazioni cattoliche… Il tutto nel tentativo di cancellare quella fede e quella cultura che professano “la dignità di ogni persona umana e l’indisponibilità della vita, e che in quei giorni di trent’anni fa spinse tutti “credenti o no, ad aprire le porte della propria casa a chi fuggiva dall’inferno”.
Foto dal sito thevision.com
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