Prima il dolore fisico durato 10 giorni. Poi quello psicologico che ancora l’accompagna e la domanda: se non fosse stata lasciata sola magari il suo bambino sarebbe oggi qui con lei.

L’aborto farmacologico e le nuove indicazioni fornite dal Ministro della salute Roberto Speranza hanno dato il via ad un dibattito, medico ed etico che ha coinvolto anche la società civile.
A quella parte della popolazione che ancora plaude alla scelta del Ministro Speranza, apostrofandola come una scelta di libertà ed emancipazione per il mondo femminile, vogliamo rispondere con la storia “vera” di una donna che la RU486 l’ha assunta per davvero, portandone sulle spalle tutto il carico di dolore fisico e psicologico che l’ha accompagnata per lungo tempo.
La storia di Catia, nome di fantasia, è il racconto non di una donna qualsiasi, ma di un medico ortopedico. Una persona che con i farmaci e la medicina ha a che fare tutti i giorni. Ciononostante l’aborto del suo bambino, tramite la RU486, è stato per lei un percorso straziante di dolore e solitudine, il cui dramma Catia ha affidato alle pagine del settimanale diocesano di Ravenna Risveglio Duemila, poi raccolte da Avvenire e di cui anche noi vi vogliamo riportiamo la storia.
Non sono stata preparata
“Non sono stata preparata. – racconta Catia a Risveglio Duemila –Forse il mio mestiere ha giocato a sfavore: la collega ginecologa ha dato per scontato che sapessi a cosa andavo incontro. Spero che alle donne sia spiegato meglio, ma ne dubito”.
La storia di Catia è quella di molte donne. Una gravidanza non cercata e un compagno non stabile e incapace di sostenerla, che appena è venuto a conoscenza della nuova vita, l’ha subito, categoricamente rifiutata.
Così Catia, rimasta sola, ha deciso di mettere fine alla gravidanza del suo bambino, tramite l’aborto farmacologico. La stessa ginecologa le ha consigliato di rifiutare il ricovero perché il dolore sarebbe stato poco più intenso di un normale ciclo mestruale.
Eppure, differentemente da come le avevano raccontato, il suo dolore è stato intenso, simile a quello del travaglio e prolungato nel tempo. È durato ben 10 giorni. Poi sono giunti gli attacchi di panico, la depressione e la terapia psicologica.
Oggi, Catia è tornata a lavorare ma “faccio solo attività ambulatoriale. Ho dovuto ridurre lo stress e la fatica per riprendermi la mia vita: ero arrivata a pesare 39 chili – racconta – Si migliora, si acquisiscono strumenti, ma al mio bambino, Angelo, l’ho chiamato, penso tutti i giorni: quando vedo una donna incinta, un bambino, per non parlare delle ricorrenze”.
E allora Catia oggi si domanda se questa scelta di lasciare sole le donne, di rispedirle a casa da sole con il loro dramma non derivi invece da scelte freddamente economiche: “Un ricovero allo Stato costa centinaia di euro al giorno. L’economia è più importante della persona: abbiamo visto con Covid- 19 quanti danni ha fatto questa logica. Prima di decidere bisognerebbe calarsi nel dolore delle donne”.
Oggi Catia, che proviene da una famiglia cattolica e praticante ha sentito la necessità di riavvicinarsi alla fede e alla confessione. Resta in lei solo l’amarezza per quella decisione presa: “Se non fossi stata sola, se avessi saputo a chi rivolgermi, avrei scelto la vita. Perché la vita è la vita, sempre”.
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