«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio». Così suona l’inizio, molto bello, di questa parabola: ci parla del figlio di un re, che indice una grande festa di nozze per lui. Dunque il figlio è, qui, lo sposo e lo sposo è uno che ama la sua sposa con tutto se stesso!
La parabola allude a questo dono totale che Gesù è per noi tutti, per l’umanità! Lui è lo sposo, che ci ama al punto di ‘dare la vita’ per noi. Il compimento e il culmine di questo amore si realizzerà proprio nella croce di Gesù!
Questo compimento è la realizzazione piena della bellissima parola del profeta Isaia, nella prima lettura.
Il profeta ‘vede’ e annuncia un futuro radioso, per tutti i popoli, preparato dal Signore sul monte Sion, a Gerusalemme. Al centro dell’annuncio «un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati». Sarà un vero e immenso ‘banchetto’ di nozze, un banchetto ‘regale’.
Le immagini del profeta dicono che il Signore porterà a compimento tutti i nostri desideri, le nostre aspirazioni, le nostre attese, le nostre piccole speranze: la fame e la sete. C’è in ciascuno di noi il desiderio di felicità: questo il Signore lo porterà a compimento!
In modo realistico, il profeta sa che, però, questo desiderio è, nel presente, minacciato da un «velo», da una «coltre», che sembrano oscurare le nostre aspirazioni, le rendono sbiadite, le appannano. Sono la «morte», le «lacrime» sui nostri volti, «l’ignominia», e cioè tutto ciò che ci porta a soffrire vergogna, umiliazioni, per il male compiuto o anche per il male subito.
Ecco, tutto questo sarà eliminato per sempre dal Signore: egli «eliminerà la morte per sempre … asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra». In questo banchetto regale Dio stesso asciugherà le lacrime del dolore dal nostro volto. Cancellerà il dolore, riempiendolo della sua consolazione, la tenerezza della sua mano di padre, di sposo, di fratello.
Facendo memoria della bellezza di questo banchetto, ritorniamo ora alla parabola del Vangelo.
Il re, dice Gesù, manda in giro i suoi «servi a chiamare gli invitati alle nozze». Vuole condividere la sua gioia, la sua felicità. Per questo chiama.
Ci sono molti invitati a questo banchetto regale. Incredibilmente però, questi invitati non vogliono venire.
Le parole di Gesù, «ma questi non volevano venire», dicono tutto il dramma della storia di Israele. Non per nulla le sue parole sono dirette «ai capi dei sacerdoti e ai farisei». Queste parole sono un invito, forte ad aprire gli occhi, a rispondere alla chiamata del Signore.
La storia di Israele è il susseguirsi di ‘servi’ che il re, il Signore, invia agli invitati, perché partecipino al banchetto di Dio, al banchetto della sua gioia: «tutto è pronto; venite alle nozze!».
Anche di fronte ai ripetuti inviti di Dio, segno sorprendente della sua amorevole pazienza, questi uomini dicono di no: «non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari».
Queste parole dicono benissimo il rischio dell’indifferenza, che è forse la forma più radicale del rifiuto. Chi dice di no e lo dice chiaro, in fondo, ‘combatte’ contro ciò che rifiuta. Chi, invece, è indifferente, perché ignora, perché non si lascia ‘toccare’, è in una situazione peggiore. Non si accorge nemmeno del bene che rifiuta. È tutto preso da altro. Si lascia catturare da ciò che lo inganna: il lavoro, gli affari.
È una immagine forte della tentazione dell’umanità da sempre: ci lasciamo ingannare dalle occupazioni quotidiane.
Notate: non sono affatto cose cattive, quelle che impediscono la risposta all’appello del re e che portano all’indifferenza. No, sono occupazioni quotidiane, perfino buone: il lavoro e gli affari. Queste cose fanno da ‘velo’, che oscura e cancella la voce di Dio.
«Altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero».
Oltre all’indifferenza, nel mondo, nella storia di Israele qui in particolare, c’è anche l’opposizione diretta: l’insulto, le uccisioni nei confronti di tutti coloro che testimoniano la parola del Signore, la sua chiamata di grazia!
«Allora il re si indignò».
L’indignazione di Dio, la sua sofferenza per chi lo rifiuta qui è raffigurata nella morte degli assassini e nella distruzione, fuoco e fiamme, della loro città. Qui non possono non venire alla mente le immagini di distruzione di Gerusalemme che l’evangelista e la sua comunità avevano ancora davanti agli occhi.
La scorsa domenica, più radicalmente, la parabola precedente di Gesù raccontava che ‘l’indignazione’ di Dio, il suo patire per il nostro rifiuto, lo aveva portato a mandare suo figlio …
Nella parabola odierna, il racconto continua. Il re invia i suoi servi «ai crocicchi delle strade». Li invia a chiamare alle nozze tutti, indistintamente.
Il rifiuto dei primi invitati provoca l’estensione dell’invito a tutti: «usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali».
È un’immagine grandiosa! Tutti, buoni e cattivi, sono raccolti e chiamati.
Queste parole dicono, con grande evidenza, la gratuità assoluta della chiamata di Dio. Il suo appello, il suo invito a partecipare al banchetto di nozze per il figlio, è esteso a tutti, per pura grazia!
Il dono di Dio non ci è dato a motivo di un nostro merito, semplicemente perché non ne abbiamo. Non dobbiamo mai dimenticarlo. Altrimenti perdiamo la capacità di stupirci, di lasciarci sorprendere dalla gratuità del dono di Dio!
La conclusione della parabola, però, ci potrebbe lasciare ancora più sconcertati. Entrando nella sala di nozze, il re scorge «un uomo che non indossava l’abito nuziale». «Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale? ».
Quell’uomo non risponde nulla. Non ha parole. È evidente che aveva ricevuto l’abito, come tutti, ma non l’aveva indossato.
Questa scena, davvero terrificante, non ci deve confondere. A noi viene quasi spontaneo avere un sentimento di pietà verso quest’uomo senza abito nuziale. E così ci sembra che questo re si accanisca contro di lui, in modo ingiusto, arbitrario, parziale. Ci verrebbe da dire, perché non gli dà l’abito nuziale, una seconda volta, invece di buttarlo fuori dalla sala, «nelle tenebre»; dove c’è «pianto e stridore di denti»?
In queste parole di Gesù non c’è nessuna ingiustizia e nessun arbitrio. L’immagine dell’uomo che non ha indossato l’abito nuziale dice, in modo forte e bello, che la nostra libertà è chiamata a rispondere alla grazia di Dio.
Il dono che, però, è dato a tutti, da solo, non basta. Se noi non lo accogliamo, lo perdiamo.
L’abito nuziale indica tutte le nostre opere, la vita di ogni giorno. Dice, questo abito, tutta la nostra responsabilità dinnanzi alla grazia.
Dio ci salva per grazia, ma questa ‘grazia’ – paradossalmente – comporta un ‘prezzo’, che è quello della nostra risposta. Non dobbiamo certo ‘pagare’ Dio. Il prezzo che paghiamo è quello della libertà che accoglie il dono, si lascia salvare.
È la riconoscenza di chi si lascia amare!
don Maurizio
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