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Il bambino abbandonato è il nostro ‘prossimo’: non possiamo permetterci indifferenza e rassegnazione.

Prosegue la condivisione delle brevi mediazioni proposte dalle famiglie che hanno pregato con il ritmo della Liturgia delle Ore durante le giornate della XXVI settimana di incontro e formazione che si è svolta a Casino di Terra dal 26/8 al 1/9.

Qui di seguito volentieri riproponiamo le riflessioni proposte da Lucia e Luigi durante la recita delle lodi e dell’ora media, con riferimento al brano del Vangelo secondo Matteo (Mt 23,13-22) proposto dalla liturgia di lunedì 28/8 u.s.:

Lodi del mattino
Gesù chiama in causa i ‘responsabili’ e non solo quelli istituzionali, religiosi. Etimologicamente essere ‘responsabili’ vuol dire essere in grado di dare una risposta e si dà una risposta ad una ‘chiamata’, ad una ‘vocazione’. Siamo tutti ‘responsabili’ perché siamo tutti chiamati da Colui che ci precede ad essere co-attori, co-autori, con-creatori del Regno della Salvezza. Per noi indubbiamente la chiamata è nei confronti della salvezza del bambino abbandonato. È lui indubbiamente il nostro prossimo. Dio ce l’ha fatto incontrare e riconoscere lungo la nostra strada. Poco importa se lungo questa strada, che porta alla ‘nostra’ Gerico, ‘altri’ (altre organizzazioni umanitarie) sono passati oltre e non l’hanno riconosciuto nel suo ‘status’ di abbandono. A noi il Signore ha dato la possibilità di fermarci, di riconoscerlo, di amarlo e finanche di prenderci cura, come accadde al samaritano. Ed allora il monito di Gesù é di fuggire dalla logica della indifferenza (“non è affar mio“) o della rassegnazione (“siamo sull’orlo del fallimento“). Ma Egli ci chiama alla coraggiosa scelta di ‘esserci’. Un ‘esserci’ non come mera presenza fisica, ma come atto di amore, cercando di riconoscere non la nostra, ma la Sua volontà.

Ora Media
Gesù si rivolge direttamente e senza mezzi termini agli scribi e ai farisei. Egli si rivolge ai più alti rappresentanti delle istituzioni religiose, ma anche politico sociali. A quelle che cioè hanno un potere sull’altro, sul più debole; alle istituzioni amministrate per l’esercizio di un dominio e non di un servizio per l’altro. Egli condanna con asprezza (“guai a voi”) l’ingiusta sopraffazione del potente. È un messaggio sempre attuale, ma mai come in questo momento in cui le istituzioni, naturalmente vocate ad un principio di tutela, si sono rese responsabili dello spegnersi della speranza di accoglienza di tanti bambini abbandonati. Istituzioni che si sono rese responsabili del crollo della credibilità di un istituto, come quello dell’adozione, che rappresenta l’unica soluzione di salvezza per tanti ultimi degli ultimi. Guai a voi …

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