Il Vangelo di questa terza domenica, dell’anno A, lo abbiamo già ascoltato e gustato nella solennità della Pasqua, nella celebrazione della sera.
È il meraviglioso racconto dei discepoli di Emmaus, di questi due uomini che, mentre si allontanano tristi, delusi e disorientati dalla comunità di Gerusalemme, incontrano uno sconosciuto viandante che si unisce a loro lungo la via.
Ascoltandoli e parlando con loro, mentre li accompagna in quel cammino difficile, quello sconosciuto li scuote e li rincuora nel profondo, aiutandoli a comprendere le Scritture. Fino a quando, al termine del cammino, a tavola con loro, spezza il pane: è a quel punto che quei due discepoli riconoscono Gesù in quell’uomo sconosciuto.
Solo allora decidono, in piena notte, di ritornare sui loro passi, a Gerusalemme, per raccontare la loro straordinaria esperienza: «e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane».
È un testo molto bello, ricco di sfumature profonde e coinvolgenti. Ogni volta che lo ascoltiamo, probabilmente, ci dice cose nuove.
Mi piacerebbe, stavolta, sottolineare come tutta questa storia è una sorta di paradigma della celebrazione dell’Eucarestia. Questo racconto ci aiuta a comprendere che cosa accade, che cosa dovrebbe accadere ogni volta che ciascuno di noi partecipa al rito dello «spezzare il pane».
In questa celebrazione noi troviamo la sintesi della vita della Chiesa, la sintesi della nostra vita di credenti.
Questo testo del vangelo di Luca, dunque, può diventare una catechesi sull’Eucarestia, un invito per noi a ripensare come la viviamo e come la celebriamo.
In effetti, il rischio, anche oggi, è quello di ridurre l’Eucarestia a un atto formale, un rito abitudinario, uno spettacolo da guardare, un obbligo da adempiere.
L’Eucarestia può ridursi a un atto formale, quando noi non ci sentiamo coinvolti in essa, perché ci sembra lontana, ci sembra un atto puramente esteriore, non vivo, ma distaccato e estraneo.
L’Eucarestia può diventare per noi una semplice abitudine, puramente ripetitiva, che non aggiunge nulla di nuovo, quindi monotona e pesante.
Quante volte, a Messa, ci sembra che il tempo non passi, contiamo i minuti perché non vediamo l’ora che finisca! Ci sembra un insieme di gesti e parole di cui ci sfugge il significato.
L’Eucarestia può facilmente ridursi a uno spettacolo da guardare, dove l’attore principale è il prete che celebra e allora tutto dipende da lui. Se è bravo, allora lo spettacolo ci piace, altrimenti lo sopportiamo. Noi ci sentiamo solo come degli spettatori: se ci siamo o non ci siamo non cambia nulla!
L’Eucarestia può facilmente ridursi a un obbligo da adempiere, un cartellino da timbrare, un comando da assolvere. Non ci sentiamo apposto se lo saltiamo, ma non sappiamo bene perché. È un dovere e basta. Per questo molti, specialmente i più giovani, dicono: “allora andiamoci solo quando ce la sentiamo, solo quando ne abbiamo voglia”.
Per tutte queste ragioni sommate insieme, molte volte le nostre celebrazioni dell’Eucarestia sono scialbe, incolori, senza sapore, né gusto. Sono senza vita.
Manca Gesù! E, insieme con lui, manchiamo anche noi!
Per questo sarebbe bello mettersi nei panni di questi due discepoli di Emmaus, per riscoprire il senso e la bellezza dell’Eucarestia.
Quando incontrano Gesù, questi due, stanno camminando lungo la strada. L’Eucarestia non è un rito staccato dalla nostra vita, dalla polvere delle nostre strade. La comunità è divisa: molti sono ancora a Gerusalemme, questi due se ne vengono via.
Chi è triste, chi è disorientato, chi è disperso, chi è assente, chi è deluso, chi è demotivato: non è certo una comunità ‘perfetta’, quella che sta all’inizio del racconto di Luca. È una comunità divisa, in cui ciascuno cerca di ‘salvare’ se stesso, mentre tutto sembra crollare!
Questi due se ne vanno insieme verso Emmaus. Si appoggiano l’un l’altro, come facciamo noi, quando cerchiamo almeno di condividere con qualcuno le fatiche della vita.
Ma la comunità sembra lontana.
Così, con gli stati umani più diversi, siamo noi quando arriviamo a celebrare L’Eucarestia.
Non dobbiamo ‘lasciare fuori’ tutto dalla chiesa. Nelle nostre chiese, nelle nostre Eucarestie dovremmo proprio portare tutti questi ‘pesi’ della vita, tutto ciò che ci affatica, ci addolora, ci rende difficile il cammino quotidiano. Così dobbiamo cominciare: portando al Signore le attese, le tristezze, le amarezze, senza nasconderle né a Lui né a noi stessi né a qualcuno dei nostri compagni di cammino!
È su questo terreno profondamente umano, che è fatto anche di gioie piccole e grandi, che arriva il Signore.
Dapprima, forse, quasi non sappiamo nemmeno che è Lui.
La prima parte dell’Eucarestia si chiama ‘Liturgia della Parola’. Sentiamo leggere la Parola di Dio, ma è facile che questa Parola cada come l’acqua su un impermeabile. Non ci sembra proprio una Parola rivolta a noi, una Parola rivolta a me!
Viviamo in un tempo in cui le parole si sono moltiplicate a dismisura, fino a diventare come ‘chiacchiere’, che lasciano il tempo che trovano. Parole recitate, superficiali. Il rischio è che le nostre parole non siano ‘di nessuno’.
Penso alle parole della pubblicità, alle parole di tanti spettacoli televisivi o di tante trasmissioni radiofoniche.
Ciò che rende unica la Parola della Messa è che essa è di Dio.
È una Parola che annuncia un evento: «bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». Tutta la Parola di Dio culmina nel racconto di questa storia: il patire di Dio per noi. In questo ‘patire’ appare tutta la sua gloria, tutto il suo amore, la sua grazia, la sua ‘passione’ per noi!
Dio, in Gesù, patisce per noi: ci desidera, ci vuole, ci cammina accanto, ci raccoglie nella nostra dispersione, condivide le nostre fatiche, le nostre speranza, le nostre delusioni. Non è lontano e distratto. È un Dio presente.
Gesù è il desiderio di Dio che ci cerca, fino al punto di consegnarsi a noi, perché, mentre noi lo rifiutiamo, appare con chiarezza luminosa quanto noi siamo preziosi e unici per Lui!
È così che la Liturgia della Parola ci introduce, ogni volta, a quell’unico e supremo atto d’amore che è la croce: sulla croce Gesù accetta di ‘spezzare’ la sua vita, accetta di morire, di lasciarsi uccidere, perché in quell’atto noi riconosciamo l’amore che dà la vita e che, mentre la perde, ce la dona, con un atto d’amore!
È questo il senso dell’Ultima Cena di Gesù: in quello «spezzare il pane» egli ci annuncia – una volta per sempre! – che ci ama fino in fondo.
Capite perché non è uno spettacolo da guardare o un rito da ripetere?
Nel rito noi celebriamo la memoria viva di un dono che è presente, si fa presente proprio mentre lo celebriamo!
Quest’incontro con Lui, se avviene, diventa fermento di fraternità.
La Messa non finisce quando ce ne andiamo. Comincia di nuovo un cammino di Chiesa, alimentato dalla grazia di un Amore celebrato, di una Parola illuminante.
È per questa forza che, oltre le differenze, le divisioni, le amarezze, le delusioni, nell’Eucarestia c’è data la grazia, ogni volta, di tornare alla comunità per dirci, gli uni gli altri, la bellezza e la gioia di chi ha incontrato l’Amore che dona la vita!
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