Volentieri pubblichiamo e condividiamo il servizio dedicato all’affido proposto in questi giorni da Radio Vaticana raccogliendo la testimonianza di due genitori, Irene ed Emilio, intervistati da Adriana Masotti.
Alina ha tre anni, è nata in Trentino da genitori immigrati dal Pakistan. Alla nascita risulta malata della stessa malattia genetica, ancora sconosciuta e senza cure, che aveva portato via tempo prima il fratellino. Per i genitori è un dolore troppo grande, non si sentono capaci di affrontarlo e chiedono perciò per lei un affido presso un’altra famiglia. Lo trovano in quella di Irene ed Emilio. L’accoglienza doveva durare qualche mese e invece è ancora in corso. Con momenti di difficoltà, di fatica, di timore per la salute di Alina, ma anche di gioia e di crescita, non solo per loro.
Come mai a Irene e ad Emilio è venuta l’idea di questo affido?
Irene
Noi già da tempo eravamo vicini a un’associazione che si chiama “Famiglie per l’accoglienza” e avevamo visto famiglie accoglienti e soprattutto liete nonostante la fatica. Avevamo una grande gratitudine per il fatto di aver festeggiato da poco i 25 anni di matrimonio con i nostri tre figli, sani. Inoltre, da pochi anni eravamo riusciti anche a comprare una casa molto spaziosa, però avere tanto spazio poi è anche una domanda …
Al momento dell’affido sapevate già dei problemi di salute della bimba? E quale è stata la vostra reazione quando l’avete saputo?
Irene
Alina è arrivata da noi che aveva 7 mesi. È arrivata perché l’associazione ha inviato una mail dicendo che c’era una bambina dimissibile subito e si cercava una famiglia per 3-4 mesi. Quindi, già da questa striminzita mail si capiva che qualche problema di salute c’era. In realtà, poi, abbiamo saputo che Alina ha due malattie, una della pelle e un’altra che a tutt’oggi non ha un nome. La nostra posizione è stata questa: ci siamo guardati e abbiamo capito che nonostante tutte le informazioni che ci stavano dando quell’accoglienza voleva dire sgomberare il campo da tutti i “ma”, i “se”, i “forse”, i “però”, semplicemente affidarci.
Insomma dovete seguire molto la vostra bimba, che cosa allora vi aiuta tutti i giorni a superare i momenti più difficili?
Irene
Ci sono stati momenti in cui eravamo in ginocchio … I momenti più difficili sono i frequenti ricoveri. Nel frattempo, comunque, sono migliorati anche i servizi che ci sono stati offerti proprio dai servizi sociali e dall’azienda sanitaria trentina. Ma, sicuramente, quello che ci fa rialzare è avere la percezione che questa bimba c’è stata affidata e che noi siamo stati scelti per questa cosa: cambia totalmente la prospettiva. E, comunque, la preghiera ci sostiene.
Avete anche tanti amici che vi stanno vicini?
Irene
Sicuramente, però, direi che ne abbiamo di nuovi proprio perché Alina calamita l’amore nostro e anche delle persone che la incontrano. Lei ci ha fatto capire che da soli non ce la possiamo fare.
Emilio
Io ho detto a mia moglie, quando abbiamo preso Alina, che secondo me dovevamo chiamare tutti quelli disponibili per riuscire a farcela perché era una bambina che ci avrebbe messo alla prova.
Voi avete fatto questa scelta e non siete pentiti, mi pare di aver capito … Ma come vivono i vostri figli la presenza di Alina in famiglia?
Emilio
Devo dire che i miei figli sono veramente bravi figli, sono responsabili e vogliono tantissimo bene ad Alina!
Irene
È stato un crescendo di affetto.
Questo vostro amore generoso nei confronti di Alina non è passato inosservato, ha toccato tante persone e sta cambiando anche situazioni …
Irene
Sì. Emilio prima mi diceva che la parola che meglio risponde a questa domanda è accorgersi di essere “testimoni”. È un compito grande che il Signore ci ha affidato, che stupisce tanti. Direi che sono cambiate anche piccole cose: una maturazione dei miei figli, per me ed Emilio il permanere della nostra unità, il ridarci le ragioni, come se questa esperienza introducesse proprio un altro sguardo sulle cose o comunque gli altri guardandoci si ponessero domande diverse.
Emilio
Alina ci ha cambiato veramente anche le abitudini perché ogni giorno è uno sguardo su di lei e prima di pensare ad altre cose il punto di memoria è lei. Mi accorgo che è un bene che cambia, che cambia me e anche la mia famiglia, naturalmente.
Irene
Recentemente ho conosciuto una mamma, il suo piccolo di 40 giorni ha una malattia della pelle, il suo primo figlio: l’ho vista molto preoccupata e mi sono ritrovata a dirle questa cosa: “Ti auguro di fare un’esperienza di bene perché per noi è così”.
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