Non sì è esaurito in ambito politico, giuridico, culturale e sociale il dibattito sul recente e “creativo” pronunciamento dei giudici di Trento.
Oltre agli interventi già recensiti negli scorsi giorni oggi richiamiamo anche le parole di Lucetta Scaraffia, apprezzata storica e giornalista, la quale sarebbe senza parole: «Non ne ho per commentare, sono rimasta senza». La sua riflessione è sintetica e coerente: «In Italia l’utero in affitto è vietato, così come è vietata la filiazione tra due uomini (o tra due donne). E dunque? Cosa ha fatto la Corte d’Appello di Trento con la sua sentenza? … I figli nascono da un uomo e da una donna. Questi due gemelli della sentenza, invece, adesso risultano figli di due donne, per via della maternità surrogata, e di due uomini. Non capisco».
Difficile in effetti capire come sia possibile che dei giudici possano inventarsi delle regole per leggi che in Italia non ci sono, e non aiuta neppure chiedere come avrebbero dovuto comportarsi davanti al fatto compiuto, ovvero che quei bambini avevano vissuto già da sei anni con due padri, all’estero. «Potevano continuare a vivere tutti quanti all’estero», risponde Scaraffia sottolineando che «i giudici avrebbero dovuto riconoscere soltanto il padre biologico. E l’altro magari farlo tutore, se ha vissuto sempre con i bambini».
Scaraffia non evita di darsi una risposta anche per l’ipotesi peggiore, quella della morte del padre biologico che avrebbe lasciato orfani i due bambini: «in quel caso c’è l’affidamento al tutore. Così come succede quando ci sono bambini che, magari, hanno vissuto sempre con una zia o un parente». Scaraffia infine considera fondamentale rispettare le norme senza farne un uso “creativo”«perché altrimenti se continui ad accettare i fatti così come si sono compiuti all’estero, alla fine si è costretti a cambiare la legge ma, soprattutto, nasceranno sempre più bambini in questa maniera». Infatti, di bambini nati per questa via ne esistono molti, anche in Italia «e sono bambini che pagano un prezzo altissimo: non conosceranno mai la loro madre».
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