“Ascoltiamo il grido di tanti bambini schiavizzati. Nessuno resti indifferente al loro dolore” scrive Papa Francesco in un tweet che volentieri abbiamo rilanciato evidenziando come, per troppi bambini nel mondo, l’abbandono protratto nel tempo senza ragioni rischi di essere un’autentica forma di schiavitù; si tratta di una forma di schiavitù non sempre evidente e compresa: non ha un volto sfacciato ed arrogante, ma silenzioso e suadente del limbo.
Si cela anche dietro la ostinata presunzione che la condizione di abbandono di un bambino possa essere l’ultima sua opportunità da gestire attraverso la sola ospitalità istituzionalizzata: certo, nelle migliori delle condizioni lo si alimenta, gli si assicura igiene ed istruzione, anche il gioco.
Ma nessuna istituzione, civile, statale, religiosa o ecclesiale, anche nella migliore delle sue organizzazioni, potrà mai sostituirsi alle relazioni che una mamma e un papà possono generare accogliendo un bambino abbandonato come proprio figlio: si tratta di un’autentica generazione che esprime profondamente la fecondità coniugale mentre riconosce una non sopprimibile o riducibile dignità filiale da accogliere, tutelare, curare, accudire … insomma un dono da amare, incondizionatamente, aldilà di ogni presunto possesso o identificazione genetica.
La relazione che è in grado di riconoscere la dignità filiale di un bambino è quella genitoriale; nel caso dei bambini abbandonati è nell’adozione, non nell’assistenza, che si restituisce quella dignità filiale propria di un soggetto che attende dal mondo che lo circonda non solo cibo, sapone, vaccini, quaderni, giocattoli, libri, … beni fondamentali e necessari, ma non in grado, da soli, di restituire il senso ultimo e buono della propria vita.
La necessaria ed encomiabile assistenza o il prezioso servizio dell’ospitalità devono essere sempre istruite dall’urgenza, dalla “temporaneità”, sempre in tensione verso il definitivo superamento delle condizioni di abbandono di un bambino; ciò è possibile con il ripristino delle relazioni propriamente genitoriali e filiali: in una famiglia.
In Amoris laetitia (cf nn. 178-180) Papa Francesco, riprendendo il cammino del Sinodo, richiama come l’adozione sia una via per realizzare la maternità e la paternità in un modo molto generoso, un atto d’amore capace di donare una famiglia a chi non l’ha.
L’adozione e l’affido esprimono particolari fecondità dell’esperienza coniugale poiché, quando rettamente intesi, mostrano un aspetto importante della genitorialità e della figliolanza: aiutano a riconoscere che i figli, sia naturali sia adottivi o affidati, sono altro da sé ed occorre accoglierli, amarli, prendersene cura e non solo metterli al mondo.
È certo fondamentale richiamare che «il traffico di bambini fra Paesi e Continenti va impedito con opportuni interventi legislativi e controlli degli Stati» (Amoris laetitia, n. 180), come altrettanto opportuno insistere affinché le legislazioni possano facilitare le procedure per l’adozione, soprattutto nei casi di figli non desiderati, al fine di prevenire l’aborto o l’abbandono.
L’accoglienza adottiva o affidataria sconfiggono il traffico di minori mentre superano l’abbandono offrendo l’unica sostenibile alternativa alla perenne istituzionalizzazione: una famiglia. Contro ogni forma di possesso e di abuso, operosamente al fianco di milioni di bambini abbandonati che quotidianamente rischiano di perdere la speranza e di cadere nella disperazione, raccogliamo l’auspicio e l’incoraggiamento di Papa Francesco: “Incoraggio quanti in vari modi aiutano i minori schiavizzati e abusati a liberarsi da tale oppressione. Auspico che quanti hanno responsabilità di governo combattano con decisione questa piaga, dando voce ai nostri fratelli più piccoli, umiliati nella loro dignità. Serve ogni sforzo per debellare questo crimine vergognoso e intollerabile“.
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