PRIMA LETTURA Dal libro dell’Èsodo
In quei giorni, Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose a una sola voce dicendo: «Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!».
Mosè scrisse tutte le parole del Signore. Si alzò di buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore.
Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto».
Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha con-cluso con voi sulla base di tutte queste parole!».
SECONDA LETTURA Dalla lettera agli Ebrei
Fratelli, Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ot-tenendo così una redenzione eterna.
Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?
Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità e-terna che era stata promessa.
VANGELO Dal Vangelo secondo Marco
Il primo giorno degli àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi».
I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.
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Dopo la Trinità ecco il Corpus Domini.
Sì, perché è solo nella storia di Gesù, culminata nella sua Pasqua, che è anticipata nell’Eucarestia, che noi possiamo accedere alla realtà di Dio.
Senza Gesù noi non sapremmo nulla della Trinità, anche se le sue parole e i suoi gesti sono stati anticipati e come prefigurati nell’antica alleanza.
Questo è molto chiaro nella Parola di Dio di questa giornata. Non si comprenderebbe nulla del Vangelo oggi senza la prima lettura, un bellissimo passo, tratto dal libro dell’Esodo.
Siamo al Sinai, ai piedi della montagna dove Dio ha appena rivelato a Mosè le meravigliose dieci parole.
Siamo nel mezzo del lungo cammino nel deserto, il luogo difficile che Israele sta attraversando, dopo la liberazione dall’Egitto, dove tutto il popolo era stato ridotto in schiavitù, e prima di giungere alla terra promessa da Dio ad Abramo, Isacco e Giacobbe e alla loro discendenza.
Il cammino nel deserto era (stato) duro. E’ arduo camminare senza acqua e senza cibo o anche solo con poca acqua e con cibo razionato. Il deserto è un luogo inospitale. E’ il luogo della prova.
“Non è che il Signore ci ha ingannato conducendoci qui, a morire in questo deserto?”, questa è la domanda che sconvolge gli israeliti, che arrivano ad accusare Dio: “non ci hai liberato dalla schiavitù. Anzi, in fondo là, in Egitto, dove pure eravamo schiavi, avevamo da mangiare pane a sazietà. Ora invece qui, nel deserto, non solo la vita è altrettanto dura e il cammino è difficile, ma in più non abbiamo nemmeno da mangiare e da bere. Moriremo, uno dopo l’altro”.
Questo cammino nel deserto è un’immagine eloquente e affascinante della vita umana, la nostra vita che sembra scorrere tra la promessa degli inizi – l’età dell’infanzia – e l’aspirazione ad una felicità e a una gioia che sembra sempre più allontanarsi man mano che procediamo sul nostro cammino.
Così anche noi, come gli ebrei , siamo tentati di mormorare, di protestare, di arrabbiarci contro il Signore: ”ci hai ingannato … riservandoci una vita di fatica e un peso che non siamo in grado di sopportare … ”.
Così il popolo di Israele arriva ai piedi della santa montagna. Li, davanti alla maestà dell’alto monte, Dio rivela la sua Parola, la sua Presenza, a Mosè e questi a tutto il popolo, convocato ai pedi del Sinai.
E’ una presenza di grazia, è un’offerta di alleanza, gratuita e incondizionata.
Questa parola – alleanza – è al centro della Parola di Dio di questa solennità. Ritorna nella prima, nella seconda lettura e nel Vangelo, con insistenza.
Si parla del sangue dell’alleanza già nel libro dell’Esodo.
Di «buon mattino» Mosè costruisce «un altare», circondandolo con dodici pietre, simbolo dell’unità del popolo di Israele, costituito da dodici tribù differenti.
L’alleanza con Dio crea una unità nel popolo, che viene radunato e convocato. E’ quello che succede quando celebriamo l’Eucarestia.
Non siamo qui solo individualmente, come se fossimo tante persone separate ed estranee le une alle altre, anche se, spesso, è questa l’impressione che abbiamo quando ci raduniamo a celebrare l’Eucarestia nei giorni feriali e soprattutto alla domenica.
Più che un popolo, ci sembra di essere tanti singoli, tant’è vero che mi è capitato di sentire più volte, da molte persone, in perfetta buona fede: “io preferisco pregare da solo, invece che ritrovarmi la domenica, in mezza a tanta gente, più o meno distratta che magari è lì per abitudine, oppure per sfoggiare un bel vestito!”.
E devo dire che, purtroppo, davvero diamo spesso poco l’impressione – già a noi stessi – di essere un popolo, un’assemblea convocata a lodare e a ringraziare, a celebrare l’alleanza con Dio.
«Tutto il popolo rispose a una sola voce…», così dice l’Esodo.
Così dovremmo pregare e cantare durante la celebrazione dell’Eucarestia, con una sola voce, in modo forte, corale, sentendoci parte di un unico popolo, che parla e prega con una sola voce!
Perché è Dio che offre la sua alleanza, ma è il popolo che la accetta, la accoglie.
«Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!», dice tutto il popolo. E poco dopo dice ancora: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto».
Al dono corrisponde la risposta, l’’impegno, con la promessa, da parte di Israele, di mettere in pratica le ‘dieci parole’ che sono come una grande sintesi di tutta la Parola di Dio nella prima alleanza.
Mettere in pratica significa ‘ascoltare’. Non è vero che prima si ascolta e poi si fa. E’ solo nell’agire che noi ascoltiamo, dando carne e vita ad una Parola che ci ha toccato.
Così dovrebbe accadere anche per noi quando, nell’Eucarestia, ascoltiamo la Parola di Dio, ‘il libro dell’alleanza’: dovremmo lasciarci plasmare la vita, diventando essa luce ai nostri passi e forza alle nostre mani.
Il rito dell’alleanza, nel libro dell’Esodo, consiste nell’offrire al Signore, bruciandoli per lui sul fuoco, degli animali, come ‘sacrifici di comunione’. E’ il dono dell’uomo che, per gratitudine, offre al suo Signore ciò che ha ricevuto da lui e che gli è necessario per vivere.
Con il sangue di quei giovenchi viene bagnato l’altare, luogo della Presenza del Signore, e viene asperso, bagnato, tutto il popolo.
E’ il segno della comunione. Questo sangue dell’alleanza ricorda il sangue dell’agnello nella notte di Pasqua, prima di partire per il lungo viaggio nel deserto.
La lettera degli Ebrei parte proprio da questa immagine per fare una domanda, che riguarda tutti noi.
L’autore dice che Gesù è entrato nella tenda del santuario, dove erano conservate le tavole della Legge, «una volta per sempre». E lo ha fatto offrendo un sacrificio di comunione a Dio non con «il sangue di capri e di vitelli», pur prezioso, ma «in virtù del proprio sangue».
E, allora, si chiede l’autore di questa lettera, se il sangue di questi animali offerti in dono al Signore santificava e purificava coloro che li offrivano, «quanto più» non «purificherà» voi «il sangue di Cristo», mettendovi in comunione con il «Dio vivente», lui che ha donato se stesso, fino a versare il suo stesso sangue, perché noi avessimo la vita per lui?
Per questo, dice l’autore della lettera agli Ebrei, Gesù «è mediatore di un’alleanza nuova», nuova perché unica, irreversibile, eterna, definitiva.
Grazie a questa nuova alleanza noi entreremo nella promessa di Dio!
Questo è il senso del racconto del Vangelo di Marco, dove Gesù celebra la Pasqua con i dodici, come le tribù di Israele, in «una grande sala», «al piano superiore», alla vigilia della sua morte.
Là, quella sera, prendendo il pane, e ringraziando Dio suo Padre, lo ha spezzato e lo ha donato ai suoi – a noi! –, come una nuova manna, dicendo loro: «Prendete, questo è il mio corpo».
Là, in quella sala, in quel banchetto che anticipa la Pasqua, prende un calice di vino e dice: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti» e cioè per tutto il popolo che si lascia convocare da Dio e accoglie la grazia dell’alleanza, praticando la sua Parola di vita.
Così questo popolo entrerà nella promessa, nella felicità dell’eternità!
Nel tempo del deserto, l’Eucarestia è il pane e il vino che ci sostiene e ci rallegra nel nostro cammino!
don Maurizio
07 giugno 2015
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