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Sentenza della Corte costituzionale: “Tutti hanno diritto ad avere dei figli, anche se non generati biologicamente”. Ma l’adozione è altra cosa

adozione-altra-cosaLa doverosa ripresa del dibattito dopo il deposito delle motivazioni che accompagnano la sentenza della Corte costituzionale sulla fecondazione eterologa – la n. 162 del 9 aprile us – è assolutamente giustificata in particolare per le affermazioni di principio, le enunciazioni e le indicazioni di prospettiva in quella sede formulate.

 

Le variegate forme di accesso alla procreazione, i tempi e le modalità con cui oggi ci si pensa possibili genitori sembrano iscriversi in questa stagione da più fronti compressa tra figli pretesi (con figli acquistati o ridotti a “prodotto del concepimento” da perseguire con ogni possibile tecnica o metodo), figli evitati (una sterilità non sempre subìta, ma opzionale e scelta come condizione e stile di vita per svariate ragioni professionali, economiche, sociali, … ), figli rimossi (il dramma delle interruzioni volontarie della gravidanza e degli abbandoni post partum con esito infanticida) e figli abbandonati (solo nei migliori dei casi con un parto in anonimato o con abbandono presso strutture o luoghi tali da rendere l’abbandono una consegna).

 

La generazione è cupamente allontanata dalla dimensione dell’accoglienza di un dono per iscriversi in altre logiche (tra cui quella meramente riproduttiva). L’assenza di una riflessione sul significato etico della generazione umana e la sua rarefazione nel vissuto reale, espone donne e uomini a derive inedite mentre il contesto sociale e culturale muta profondamente: se i figli escono dalle prospettive delle relazioni coniugali e diventano possibilità di una qualsiasi persona o relazione, occorre rendere ragione della specificità originale, non altrimenti surrogabile, della generazione propria della fecondità familiare.

 

Se il figlio è considerato come un prodotto della propria scelta, peraltro operata secondo valutazioni di opportunità, costi e benefici che questi può apportare nella propria esistenza singola o di coppia, al figlio saranno richieste e attribuite le caratteristiche di un qualsiasi altro prodotto di possesso se non di consumo, di cui si coltiva e desidera la proprietà (programmazione, tipologia, caratteristiche e “qualità”).

 

È paradossale rilevare al contempo sia l’inclinazione secondo cui il figlio è vissuto e sentito più come un “peso” da gestire o da evitare per varie ragioni (non escluse le responsabilità economiche, educative e giuridiche registrate e percepite come troppo grandi da affrontare e gestire) e non come un “dono” da accogliere, sia lo scivolamento della ricerca ed attesa del figlio verso la prospettiva dell’oggetto preteso: una riduzione che oltre a costituire un obiettivo distorto conduce ad attese esasperate sul figlio, spesso con funzione o responsabilità terapeutica, sul quale si concentrano forti investimenti di aspiranti genitori, singoli o coniugati.

 

Se è comprensibile il desiderio di un figlio, renderlo esigibile attraverso una qualsiasi tecnica o metodo è preoccupante: una persona non può essere mai ridotta ad una sorta di strumento/oggetto per l’altrui felicità o per assicurare la realizzazione di qualcuno a qualsiasi costo e anche per ogni figlio il rispetto di tale fondamentale dignità dovrebbe essere riconosciuto.

 

Occorre semmai ribaltare l’impostazione: più che il diritto al figlio, occorre assicurare i diritti di ogni figlio sin dal concepimento e operare per restituire fiducia nelle relazioni di accoglienza, ricalibrare il senso autentico della generazionefamiliare, esplorare le possibili fecondità della sterilità, senza trasformarle in banale trampolino per arroganti pretese rivestite col sorriso di un ideologico compiacimento che non appartiene certo a tutte le coppie sterili.

Se dovessimo leggere nella sentenza realmente introdotto il principio che trasforma il figlio da titolare del diritto alla famiglia ad oggetto di un diritto esigibile, non vediamo quali sarebbero le autentiche ragioni per esultare. Se invece viene ad essere introdotta la possibilità di assicurare tutte le opportunità a quanti, segnati dalla prova della sterilità, desiderano conseguire un figlio attraverso l’esperienza della gravidanza e del parto (perché dunque non cominciare con l’adozione degli embrioni crioconservati?), temiamo sia solo l’inizio di una non condivisibile ed inedita rincorsa allo sdoganamento delle diverse tecniche riproduttive – con riduzione del tema al suo bieco profilo economico e pseudosociale, non certo progressista ed etico – nonché ad un palese strabismo del nostro ordinamento giuridico che tutelerebbe così di nuovo solo taluni, mentre altri resterebbero paradossalmente discriminati.

 

Se perseguire il desiderio al figlio pare essere trasformato in diritto all’accesso a particolari tecniche o metodi da garantire (con conseguente organizzazione di servizi e procedimenti, accessibili gratuitamente e assicurati da strutture pubbliche o accreditate), non si capisce perché la disponibilità ad accogliere in adozione un figlio da altri generato e poi abbandonato, debba invece essere vincolata ad un sistema oneroso per gli aspiranti genitori adottivi, peraltro ispirato alla necessità di garantire ai figli – tramite il ricorso a interventi nell’iter adottivo di ordine giuridico spesso selettivo -, tutele e premure, pare non altrimenti e altrove assicurabili.

 

Più volte abbiamo rivendicato non privilegi, ma pari opportunità per le diverse forme di genitorialità e certo non pensavamo di autorizzare così la riduzione del figlio ad oggetto di una pretesa da perseguire ad ogni costo, noi abituati a difendere e promuovere il diritto dei figli a vivere e crescere con una mamma e un papà.

 

Il diritto alla famiglia per i figli abbandonati resta un diritto ancora di fatto non assicurato e a pagamento: il desiderio di svincolare l’adozione dalla burocrazia e dai suoi costi, spesso ormai inaccessibili per tante coppie, non riteniamo debba concludere con la trasformazione del desiderio di un figlio nella sua pretesa come diritto: adottare come figlio un bambino da altri generato costituisce infatti il compimento di un diritto di cui è esclusivo titolare il figlio, non altri.

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