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Il Vangelo dell’Accoglienza. Accogliere seguendo la logica di Dio

Domenica 20 settembre (XXV domenica del Tempo Ordinario) Laura e Fabio Bassi (Gruppo famiglie Ai.Bi., Regione Lombardia) commentano il passo del Vangelo secondo Matteo

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 20,1-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Il commento di Laura e Fabio 

La parabola dei lavoratori della vigna, come spesso si legge nei Vangeli, sovverte la logica del merito per introdurre quella dell’amore gratuito.

Accogliere significa donarsi

Dodici anni fa abbiamo iniziato, insieme ai nostri figli, il percorso di affido e da allora abbiamo accolto sei minori in tempi diversi. Durante il percorso emerse subito che accogliere significava donarsi ad altri sconosciuti con tutti noi stessi. Affido dopo affido abbiamo compreso che, per quanto importante fosse il nostro contributo, quelli a cui veniva fatto un dono eravamo proprio noi. Attraverso l’accoglienza siamo venuti a conoscenza di quante situazione fragili e complesse ci siano anche attorno a noi; abbiamo imparato a non giudicarle e anzi a riconoscere il bisogno col solo fine di poter fare qualcosa di buono e questo aspetto lo ritroviamo spesso nel Vangelo che ci insegna a dedicarci agli altri senza pensare al nostro “profitto”, ci insegna che Dio ci ama tutti nello stesso modo e che chiunque, anche gli ultimi degli ultimi, possono meritare il Regno dei Cieli.

Il Vangelo parla di noi

Rileggendo la parabola dei lavoratori della vigna abbiamo capito che quel testo parlava esattamente di noi, e dei bambini che sono “transitati” nella nostra casa. La piazza dove il padrone esce per cercare la manodopera per la sua vigna potrebbe essere rappresentata dai servizi sociali e dai tribunali, dove ci sono bambini e ragazzi che aspettano che qualcuno li chiami per inserirli in una famiglia. E tra questi ci sono quelli che vi rimangono più a lungo di altri perché disabili, con situazioni complesse o troppo grandicelli. Se chiedessimo loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”, probabilmente ci risponderebbero che nessuno ha potuto o voluto occuparsi di loro.

Noi ti accogliamo anche se nessuno ti ha voluto prima

Quando un “figlio” viene accolto in affido porta con sé il proprio vissuto e le proprie fatiche di chi è rimasto in “piazza” fino alle cinque del pomeriggio, mentre gli altri bambini crescevano in contesti sereni insieme ai loro genitori. L’affido per noi è paragonabile proprio all’uscire di casa alle “cinque del pomeriggio” e vedere chi ha bisogno di essere accolto. Sappiamo che c’è qualcuno che ha bisogno di essere accolto e lo accogliamo. Tutto il resto si vedrà durante il cammino. Diventiamo per loro quella vigna di cui si parla nella parabola. Noi ci sentiamo, insomma, un po’ la risposta a quel “nessuno ci ha voluti”.

Superare la logica del merito

Nella parabola i lavoratori che lavorano più a lungo protestano contro la decisione del padrone di dare a tutti la stessa paga – un denaro – a prescindere dalle ore lavorate. Il padrone dà a tutti un denaro perché sa che è la giusta ricompensa che permetterà ad ognuno di sfamare la propria famiglia.  Così come questo padrone anche chi accoglie un minore in affido non lo fa seguendo criteri di “merito”. Noi non ci siamo mai chiesti se il bambino che abbiamo accolto fosse bravo, facile da gestire o se la sua situazione famigliare potesse essere troppo complessa. Sapevamo che quel bambino o quella bambina aveva bisogno di ricevere amore, stabilità e cura indipendentemente dalla sua storia pregressa e dal tempo che avrebbe trascorso con noi. Questo è stato ed è tutt’ora importante per noi perché l’amore per un figlio che sia generato o accolto deve essere gratuito, altrimenti non fa il bene del bambino o della bambina.

Accogliere seguendo la logica di Dio

Certo ci sono giorni in cui la fatica si fa sentire: se pensiamo alle notti in bianco, ai pianti inconsolabili, ai capricci, alle difficoltà burocratiche, al mantenimento dei rapporti con la famiglia d’origine. A volte ti viene da pensare che tutto l’impegno che metti, tutti i sacrifici, le energie non vengono “compensate” dai risultati sperati. Ma Dio non ragiona secondo questa logica ed è qui che la parabola ci converte ogni giorno. Il padrone dà a tutti un denaro. Quel denaro non è il premio per la produttività, è ciò che serve per dare da mangiare ai figli a casa. I bambini che accogliamo in affido non sempre arrivano da noi “all’alba”: hanno una storia, portano con loro ferite, abitudini diverse, e spesso con noi fanno solo un pezzetto di strada. Ma il loro bisogno di essere amati, accuditi e protetti è identico a quello di qualsiasi altro bambino nato nella famiglia più stabile del mondo. Non possiamo amarli “a ore” o in base a quanto “rende” la relazione. Meritano tutto l’amore di cui siamo capaci, meritano che facciamo tutto quello che è nelle nostre possibilità per alleggerire il carico che già così piccoli si portano dietro e a volte occorre che andiamo oltre i nostri limiti.

I bambini accolti in affido non ci appartengono

Al termine della parabola il padrone enuncia la frase: “Non posso fare delle mie cose quello che voglio? O tu sei invidioso perché io sono buono?”. Ci colpisce molto questa frase perché ci ricorda una caratteristica fondamentale dell’affido, ovvero che il bambino che abbiamo accolto non ci appartiene e per noi che crediamo, sappiamo che i nostri figli non sono davvero “nostri”, ma sono del Padre e che noi li stiamo solo accompagnando lungo la loro esistenza terrena. Accettare la bontà del Padre significa accettare anche a lasciarli andare quando il loro cammino deve prendere direzioni diverse.

L’opportunità di essere primi senza rendere qualcun altro secondo

La parabola si chiude con il padrone che dice: “Così gli ultimi saranno primi e i primi ultimi”. Gesù ci ricorda spesso di amare gli ultimi e che proprio questi saranno i primi ad entrare nel Regno dei Cieli. I bimbi che accogliamo fanno parte degli “ultimi” nella scala sociale e accoglierli permette di dar loro le stesse opportunità, lo stesso amore e lo stesso valore di chi ha avuto la fortuna di nascere in contesti migliori. Ogni affido ha una sua logica, sue dinamiche, suoi obiettivi, ma tutti offrono la possibilità agli ultimi di poter essere “primi” per qualcuno.

Laura e Fabio
(I coniugi Bassi sono componenti del Gruppo famiglie Ai.Bi. della Regione Lombardia)

(L’immagine proposta a corredo del testo è stata generata con l’intelligenza artificiale)

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