Una riflessione di don Alberto Cozzi sulla sfida dell’identità nell’accoglienza. Tra promessa, fallimenti, sfide e compimento
In occasione dell’ultimo raduno nazionale delle famiglie di Ai.Bi. Amici dei Bambini a Casino di Terra (PI), don Alberto Cozzi (Vicepreside della Facoltà Teologica di Milano e Preside dell’ISSR di Milano) ha presentato una riflessione sull’identità e il riconoscimento della persona. Un “viaggio” attraverso ciò che distingue l’essere umano proprio in quanto “uomo”, non solo un “corpo fisico” che viene al mondo, ma creatura che, per definirsi tanto nella sua identità personale quanto in quella sociale, ha bisogno di un riconoscimento da parte dell’altro all’interno di una relazione.
La riflessione di don Cozzi verrà pubblicata in tre parti. Quella che segue è la prima.
La continuità dell’io
Una formula kerigmatica (ovvero che si riferisce al primo, fondamentale annuncio della fede cristiana, aderendo alla “parola” di Cristo, “intesa come proclamazione della salvezza e inizio del regno di Dio” [vd. Treccani] n.d.r.), presente nella predicazione di Paolo in At 13,32-33, proclama:
E noi vi annunziamo la buona novella che la promessa fatta ai padri si è compiuta, poiché Dio l’ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel Salmo “Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato” (Sal 2,7).
Nella risurrezione c’è in gioco una relazione fondata nell’«oggi» eterno di Dio, che riconosce Gesù come Figlio, generandolo a vita nuova. In questa identità filiale consiste la ragione del compimento della promessa.
Le dimensioni della nascita
Il Salmo 2 è una forma di racconto delle origini laddove, in un clima celebrativo, l’origine è espressa come relazione di riconoscimento del figlio/re da parte di Dio, che rivela la dignità (filiale/regale) dell’eletto, nel contesto di un rinnovamento del tempo (immagine dell’alba-aurora).
Questo esempio di racconto delle origini mostra che il racconto della nascita di un bambino realizza i tratti del racconto fondatore. Ne troviamo un esempio commovente in Ez 16, 3-14, dove si narra delle lontane origini di Gerusalemme. É solo l’intervento di Dio, che raccoglie e riveste il corpo abbandonato del neonato, riconoscendolo e dandogli un’identità in una relazione, a permettere il processo di crescita e di sviluppo. Quest’allegoria delle origini svela che l’identità dell’uomo è fatta da un corpo riconosciuto e da una parola ascoltata (nome). Perché si dia una nascita non basta l’avvenimento di uno scarto creatore nel tempo, che porti il miracolo di una nuova vita. Perché quest’avvenimento sia veramente la nascita di un essere umano bisogna che il suo corpo sia riconosciuto e identificato da parte di altri. Ciò avviene in una relazione primaria che, prendendosi cura del corpo, lo riconosce e lo introduce nell’ambiente vitale e sociale.
Questa relazione iniziale può essere ripresa solo nel racconto di coloro che ne furono testimoni-protagonisti e in un clima di festa. Il racconto delle origini, infatti, è sempre la testimonianza di un dono iniziale, scritto sul corpo di un bambino. Questa testimonianza aiuta il nuovo nato a inserirsi nel tempo е nello spazio, trovando il suo posto. La testimonianza fa che l’identità sia data-ricevuta e quindi assunta in uno scambio di fiducia, e non inventata. Questo racconto si simbolizza nel nome, che conferisce un’identità come ciò che va assunto in quanto ricevuto. Il nome identifica un corpo unico, riconosciuto e segnato da una relazione.
Tra corpo e desiderio
Generare significa trasmettere l’umano nella sua qualità personale e quindi nuova, inimitabile, unica… ciò per cui l’uomo è mistero a se stesso. Generare significa dare la vita, offrendo all’altro lo spazio perché sia pienamente se stesso. E senso della vera figliolanza è la libera accoglienza di se stesso come essere-in-relazione.
La generatività ha a che fare con la trasmissione dell’umano. Si tratta di comunicare l’umano a un soggetto capace di diventare pienamente se stesso, impegnato a dare un senso alla realtà col giusto desiderio, depositario a un tempo di una promessa e di una legge.
La vita biologica si umanizza solo passando attraverso il desiderio dell’Altro. Per rinascere una seconda volta, come Gesù invita a fare, è necessario il lievito del desiderio. É necessario l’incontro col desiderio dell’Altro (M. Recalcati).
La trasmissione del desiderio da una generazione all’altra avviene attraverso una testimonianza incarnata di come si può vivere la vita con desiderio. Il dono della testimonianza è dono dell’Altro che rende possibile ereditare : “Ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo, se vuoi ereditarlo davvero” (Goethe).
(1 continua)
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