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Il Vangelo dell’Accoglienza. Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi attraverso quel figlio adottato

Domenica 4 gennaio (II domenica dopo Natale) Vilma e Sergio Barel (Gruppo famiglie Regione Friuli Venezia Giulia) commentano il passo del Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,1-5.9-14)

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,1-5.9-14)

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità..

Il commento di Vilma e Sergio

Giovanni ci annuncia che la Vita non è un caso, ma un progetto luminoso che viene da Dio. È una forza primordiale che non si arrende mai. Anche quando il mondo sembra immerso nell’oscurità, esiste una scintilla divina che nessuna tenebra – per quanto fitta, antica o dolorosa – può riuscire a soffocare del tutto.
Come genitori adottivi sappiamo che ogni storia di adozione inizia, purtroppo, in una “tenebra”: quella dell’abbandono, del trauma e della solitudine. Ma questo Vangelo è la nostra certezza: la vita di nostro figlio è Luce. Accoglierlo significa testimoniare che l’abbandono non è l’ultima parola. Noi vediamo questa luce ogni giorno: è la forza con cui un bambino ricomincia a sperare, è la sua resilienza, è quel bagliore negli occhi che torna a splendere quando capisce che non è più solo. Le tenebre del suo passato ci sono, ma la sua Vita le ha già vinte.
Dio stesso sperimenta l’essere “scartato”. Venendo nel mondo come uomo, Gesù prova il rifiuto di chi avrebbe dovuto riconoscerlo. Tuttavia, questo rifiuto non ferma il Suo amore, anzi: trasforma il gesto dell’accoglienza in un potere soprannaturale, quello di generare una nuova identità di figli. Qui trova il suo fondamento la speranza dell’adozione. Nostro figlio è colui che “venne tra i suoi” (la sua terra, la sua prima famiglia) e non ha trovato un posto. È stato scartato dai “costruttori” di questo mondo perché considerato un peso o un errore. Ma il Vangelo ci dice che proprio quella pietra rifiutata, una volta accolta in una famiglia, riceve il “potere di essere figlio”. Nell’istante in cui lo abbiamo accolto, quel bambino ha smesso di essere “scarto” ed è diventato la testata d’angolo della nostra casa.
L’evangelista rompe gli schemi umani: la vera parentela con Dio non passa dal DNA, ma dalla fede e dall’accoglienza. Essere figli di Dio è un fatto spirituale e gratuito, un legame che nasce da una chiamata divina che supera ogni vincolo biologico. È Dio che genera, non la sola natura. Anche nostro figlio è stato generato per noi “non da sangue”, ma da una promessa di Dio che ci ha fatti incontrare. Questa consapevolezza ci dà pace: non abbiamo bisogno del legame di sangue per essere “veri” genitori, perché la nostra fecondità è nell’accoglienza, una fecondità che nasce direttamente dal cuore di Dio.
Dio ha scelto di “mettere la sua tenda” nel disordine e nella bellezza della vita umana, facendosi bambino piccolo e bisognoso di tutto. L’adozione non è un concetto romantico, è carne. È il crescere di nostro figlio con il suo pianto, i suoi abbracci, le fatiche quotidiane della vita. Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi proprio attraverso quel figlio. Quando lo guardiamo dormire, o quando affrontiamo insieme le sue ferite, noi “contempliamo la gloria”: la bellezza di un amore che si è fatto concreto, che ha una faccia, un nome e una storia. La nostra casa è diventata la “tenda” dove Dio abita ogni volta che ci amiamo come famiglia.

 

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