Domenica 5 ottobre (XXVII domenica del tempo ordinario) Jussara, Renata e Giovanni Solfrizzi (comunità La Pietra Scartata, Arcidiocesi di Milano, Regione Lombardia) commentano il passo del Vangelo secondo Luca (Lc 17,5-10)
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 17,5-10)
In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».
Il commento di Jussara, Renata e Giovanni
Il passo del Vangelo di Luca che la liturgia oggi ci propone è un invito a meditare e comprendere la forza e l’efficacia della fede.
Alla richiesta degli apostoli “Accresci in noi la fede!”, Gesù risponde evidenziando, con una parabola, che la domanda non è posta correttamente: piuttosto che chiedere di aumentare la nostra fede sarebbe sufficiente averne almeno un po’. Anche soltanto con la poca fede che con tanta fatica ogni tanto riusciamo a riconoscerci potremmo fare cose enormi.
Ma cos’è la fede? La fede è affidarsi a Dio quando nella nostra vita non tutto ci è chiaro, stare nell’abbraccio del Signore quando siamo assaliti dalle preoccupazioni, cercare le soluzioni alle nostre tribolazioni facendoci tenere per mano da Gesù.
In che condizione erano i nostri figli quando si trovavano in stato di abbandono, prima non soltanto di essere accolti da noi genitori, ma quando ancora l’abbinamento adottivo (o affidatario) era ancora di là da venire?
Quella che spesso chiamiamo la “speranza contro ogni speranza” è, in realtà, un mirabile esempio di fede, un’attesa fiduciosa che sarebbe arrivata anche per loro una vita nell’amore. Nella maggior parte dei casi, se non sempre, si tratta di una fede inconscia, di un affidarsi cieco e genuino: forse anche in questo senso bisogna leggere l’esortazione che poco più avanti il Vangelo di Luca ci propone nel capitolo successivo (“il regno di Dio è di quelli che sono simili a loro … chi non accoglie il regno di Dio come un fanciullo, non vi entrerà”).
La fede che ci viene donata va sempre alimentata con la preghiera e con i sacramenti; come i bambini, quando siamo in crisi e non troviamo una via d’uscita, è sufficiente affidarci a Dio in tutta la nostra semplice umiltà: “non capisco, ma mi fido di Te Signore!”.
“Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.
Letta senza pensarci troppo, una frase così potrebbe anche darci fastidio. Ma fermiamoci un momento a meditarla: Gesù, quando “ci lava i piedi”, non ha l’obiettivo di farsi dire “grazie” o “come sei bravo!”; lo fa perché accettiamo di essere amati da lui, insegnandoci così a metterci a nostra volta al servizio del prossimo, a partire dai nostri figli e “dell’altro nostro figlio”, così come di chiunque ci passi accanto.
Con l’umiltà di aver fatto solo il nostro dovere: avendo ricevuto tanto amore da Dio, a nostra volta siamo chiamati a donare la nostra vita in un servizio silenzioso e senza ricompensa. Se davvero riusciamo a metterci al servizio gratuito del nostro prossimo (e non è affatto facile!), diventando veri servi inutili scopriremo la vera libertà che ci viene dall’amare incondizionatamente.
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