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Il Vangelo dell’Accoglienza. È la fedeltà quotidiana, non l’eccezionale, che costruisce la relazione con i figli

Domenica 28 settembre (XXVI domenica del tempo ordinario) Cristina e Claudio Cafarelli (Gruppo famiglie Regione Lombardia) commentano il passo del Vangelo secondo Luca (Lc 16,19-31)

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 16,19-31)

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Il commento di Cristina e Claudio

La Parola di questa domenica ci mette di fronte due figure: un ricco senza nome e un mendicante di nome Lazzaro.
Vedendo l’epilogo, ci è subito venuta la tentazione di immedesimarci in Lazzaro e riconoscere (ed elencare) le innumerevoli situazioni in cui ci siamo trovati ad essere trattati come lui, vittime di indifferenza e ingiustizie.
Poi, un flash! Io non mi chiamo Lazzaro. E tu? Non essendo un nome molto diffuso, probabilmente neanche tu e, comunque, se anche fosse, facciamo uno sforzo di immaginazione e immedesimiamoci nel ricco.
Perché questo ricco è condannato ai tormenti dell’inferno? Non per la ricchezza, non c’è scritto, ma per la sua indifferenza: chiuso com’era nella sua autosufficienza, non ha saputo aprirsi all’altro che gli era stato posto accanto, non ha saputo vedere il povero alla sua porta.
Per fortuna, il nostro essere genitori è prova evidente e tangibile che abbiamo saputo aprirci all’altro. Noi, poi, oltre a due figli biologici, abbiamo anche avuto la grazia di accoglierne una in affido e lo stesso vale per i figli accolti in adozione: si tratta di figli che portano con sé le fragilità di una storia difficile, che hanno piaghe di cui ci facciamo carico con pazienza e tenerezza, ogni giorno.
Beh, forse non proprio “ogni giorno”, perché ci sono dei giorni in cui magari ci facciamo prendere dalle mille cose da fare.
Beh, forse anche noi genitori, ogni giorno, ci troviamo davanti a tanti rischi.
Il rischio dell’autosufficienza. È quando riconosciamo nei nostri figli un possesso, invece che un dono; un oggetto da plasmare a nostro piacimento, invece che un mistero da custodire.
Il rischio dell’indifferenza, perché in fondo tutti i figli sono “Lazzaro” (piccoli, bisognosi, dipendenti dall’amore di chi li accoglie). è quando noi genitori rischiamo di essere come il ricco: distratti, presi da mille impegni, incapaci di fermarci e di vedere. È quando cresciamo i nostri figli senza davvero guardarli, senza ascoltarli, senza dedicare loro del tempo, che è la stessa cecità del ricco che banchetta, mentre Lazzaro giace alla sua porta.
Il rischio dell’abisso che si crea nella vita quotidiana. È quando noi genitori non ci facciamo prossimi ai nostri figli e scaviamo una distanza che può diventare invalicabile. È quando rinunciamo a colmare quell’abisso: sederci accanto a loro, condividere la tavola, ascoltare i loro silenzi, asciugare le loro lacrime.
Per fortuna, anzi per Grazia, Gesù ci da anche dei suggerimenti chiari per gestire al meglio questi rischi.
Innanzitutto, ci chiede un atto di fede e di speranza: credere che, in quel piccolo (come in Lazzaro), Dio stesso ci viene incontro, chiedendo di essere amato.
E poi ci chiede di non attendere segni straordinari per convertirci (“se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno”): la Parola di Dio è già sufficiente, se solo la prendiamo sul serio (“Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”).
Tanti genitori aspettano “il momento giusto”, “le condizioni ideali” per amare davvero, per dedicare tempo, per ascoltare i propri figli, ma è la fedeltà quotidiana, non l’eccezionale, che costruisce la relazione con i figli.
Allora, quali “scuse” mi trattengono dal donare loro tempo, ascolto, presenza?
Abbiamo dei figli, che sono già lì, alla porta, con i loro bisogni concreti: cosa stiamo aspettando per amarli di più?

 

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