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Il Vangelo dell’Accoglienza. Lo sguardo di Dio nei figli abbandonati: la vera fecondità dell’accoglienza

Domenica 28 giugno (XIII domenica del Tempo Ordinario) Jussara Rita, Renata e Giovanni Solfrizzi (Comunità La Pietra Scartata, Arcidiocesi di Milano, Regione Lombardia) commentano il passo del Vangelo secondo Matteo.

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 10,37-42)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

Il commento di Jussara Rita, Renata e Giovanni

Un manuale per la vita

Con queste parole Gesù ci “spiega” come essere fecondi! Ci dà un metodo, un manuale d’uso della nostra vita, per vivere da subito il Regno di Dio. Non dobbiamo farci spaventare dall’invito a “perdere la vita per causa Sua”: se proviamo a ragionare su questo breve passo del Vangelo – che conclude il cosiddetto discorso apostolico o missionario riportato da Matteo – partendo dall’ultimo versetto (42), ci si aprono la mente e il cuore, perché se impariamo a riconoscere Gesù in chi ci sta accanto, ci risulterà più semplice metterlo al primo posto nella nostra vita.
E questo non significa perderla, la vita, ma ritrovarla, realizzarla.

In chi possiamo incontrare Dio?

Scopriamo la fecondità come apertura totale alla vita, accolta come dono, non come possesso: dobbiamo imparare a guardare e amare tutti, cominciando dai nostri affetti più vicini e seguendo sempre l’esempio di Gesù.
Nell’accoglienza del più fragile: è lì che incontriamo Dio e noi stessi, diventando un suo strumento, contribuiamo un pochino al Regno dei Cieli.
Quando abbiamo incontrato e conosciuto i nostri figli, con il passare del tempo abbiamo anche imparato a scorgere lo sguardo di Gesù abbandonato nei loro occhi di figli abbandonati e fragili e ce ne siamo innamorati. Oggi, dopo tanto tempo, se il ricordo è ancora vivo e indelebile, è anche gratificante imparare a fermarci per ritornare a pensare alla bellezza di quella fecondità.

Una fecondità dimenticata

Una fecondità dell’accoglienza che di questi tempi sembra sempre più dimenticata: il piccolo, il debole, il fragile e, soprattutto, lo straniero sono spesso visti come scomodi intralci alla realizzazione di una vita personale ricca e di successo, ma che resta chiusa in questo mondo terreno e si riempie di individualismo ed egoismo.
Ecco, questa è la vita che Gesù ci chiede di perdere!
Ciascuno di noi può dare l’esempio: quanto è inutile agitarsi e alzare la voce contro chi scappa dall’inferno della guerra e della miseria sperando di essere accolto, e quanto fa bene, invece, “offrire un bicchiere d’acqua fresca” anche a chi ha una cultura e una pelle diversa dalla nostra.
Così l’incontro con l’altro diventa una rivelazione, una scoperta che fa bene sia a chi accoglie che a chi viene accolto.

Jussara Rita, Renata e Giovanni
(Renata e Giovanni Solfrizzi sono membri della comunità La Pietra Scartata dell’Arcidiocesi di Milano, un’associazione privata di fedeli costituita nel 2007 da famiglie adottive e affidatarie che, durante la loro esperienza di accoglienza, si sono sentite chiamate a rendere testimonianza dell’amore di Dio Padre ai bambini abbandonati o in difficoltà familiare, annunciando loro la speranza di Gesù bambino abbandonato e risorto)

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