Domenica 13 aprile (domenica delle palme) don Massimiliano Sabbadini (Consigliere spirituale de La Pietra Scartata) commenta il passo del Vangelo secondo Luca (Lc 22,14-20)
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 22,14-20)
Quando venne l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio». Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi».
Il commento di don Massimiliano
La “Domenica delle palme” è connotata, nel Rito Romano, dalla lettura dell’intera narrazione della Passione del Signore. Ne commentiamo i primi versetti che ci riportano all’istituzione dell’Eucarestia. Mi colpisce il particolare dell’annotazione temporale che Gesù sottolinea due volte: non mangerà più la Pasqua “finché essa non si compia nel regno di Dio” e non berrà più il vino “finché non verrà il regno di Dio”. C’è dunque un tempo che va da quella sera vissuta dal Signore con gli apostoli fino al regno di Dio compiuto nell’eternità. Noi ci troviamo in quel “frattempo”.
L’Eucarestia di cui ci nutriamo non solo sostiene il nostro pellegrinaggio terreno, ma anche ci mette in contatto con i due estremi che il dono di Cristo ci ha reso disponibili, la sua esperienza storica – “fate questo in memoria di me” – e la sua presenza cosmica e definitiva, eterna comunione con il Padre e lo Spirito Santo.
In ogni santa Messa, “fare la comunione” ci porta alla radice più concreta della nostra fede sperimentando “carne e sangue” di Gesù, connotando tutta la nostra esistenza corporea, concreta e temporale, con i tratti della sua presenza: non c’è nulla di ciò che viviamo quaggiù che sia a Lui estraneo, tanto da lasciarsi “mangiare” da noi per diventare Lui parte intima di noi stessi. Ma ciò rende noi partecipi, addirittura assimilabili, al suo corpo glorioso, risorto, eterno. La nostra fragilità e insieme la nostra sublimità si fondono indissolubilmente. Per l’Eucarestia che ci attira, ci alimenta e ci unisce al Signore crocifisso e risorto noi siamo allo stesso tempo mortali e immortali. Che grande mistero!
Le nostre giornate, le nostre relazioni, le nostre azioni ed emozioni non sono più solamente “terrene”, pur essendolo veramente e portandone il peso. C’è qualcosa di eterno in tutto ciò che siamo e che facciamo, se è vissuto nella trama del Sacramento domenicale che orienta ogni nostro istante. Pensiamo, per esempio, ai legami famigliari: il coniuge, i genitori, i figli e i nipoti, i fratelli rappresentano sì l’ancoraggio materiale della nostra sicurezza affettiva, concreta, bellissima e complicata, ma essi sono anche la cifra dell’Amore che non si potrà mai possedere del tutto, che trascende le singole persone e proietta sempre Oltre.
Un figlio non è mai “mio”. Anche se in lui o lei il genitore ha messo davvero tutto di sé, quell’esistenza è proiettata ben al di là di chi l’ha generata o adottata e cresciuta. Ed è così per ogni relazione connotata dal desiderio di amare: voler bene è una tensione infinita verso quel Bene dell’altro che nessuno possiede in sé ma verso il quale sempre si cammina insieme e per il quale si è disposti a tutto. Anche senza pensarci, quando questa dimensione affettiva è autentica prende via via la forma “eucaristica”, cioè vuole assomigliare a Gesù che diede il suo corpo e il suo sangue per un’alleanza nuova, resa eterna dalla sua morte e resurrezione per noi. Renderci conto di ciò, sapere e stupire che Dio ci ama così da assimilarci a suo Figlio, fare la comunione sacramentale (o anche spirituale), è davvero celebrare la Pasqua, pegno e primizia di quando saremo per sempre insieme nel Regno di Dio.
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