Domenica 6 aprile (V domenica di Quaresima) Vilma e Sergio Barel (Gruppo Famiglie Friuli Venezia Giulia) commentano il passo del Vangelo secondo Giovanni (Gv 8,1-11)
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 8,1-11)
In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».
Il commento di Vilma e Sergio
Questo Vangelo è un invito profondo a guardare ogni persona con gli occhi della misericordia, e non con lo sguardo del giudizio. Gesù ci invita a vedere oltre l’errore, oltre le cose passate. Ed è proprio questo sguardo che noi genitori adottivi impariamo a esercitare ogni giorno.
Come quella donna, anche molti nostri figli adottivi arrivano da storie di dolore, rifiuto, trascuratezza, ferite affettive. Il rischio è quello di guardare queste storie con uno sguardo giudicante, o di etichettarle. Gesù invece si insegna ad inginocchiarsi, ad abbassarsi: prendiamoci il tempo, mettiamoci al livello della persona e guardiamo il cuore.
Come genitori adottivi siamo chiamati a non giudicare i nostri figli per le ferite che portano, ma accoglierli con lo stesso sguardo di Gesù. Uno sguardo che dice: “Non sei il tuo passato. Sei molto di più, hai un tuo futuro”.
Gesù ci insegna non a ignorare l’errore, ma a rifiutare la condanna. Questo è un grande insegnamento.
I nostri figli, come tutti, possono sbagliare, possono mettere alla prova la nostra pazienza, possono far fatica ad amare e lasciarsi amare. Ma il nostro compito non è quello di puntare il dito, bensì di offrire uno spazio sicuro dove possano rinascere, rialzarsi e crescere.
Essere genitori adottivi significa dire ogni giorno: “Neanch’io ti condanno. Io sono qui per te”. È questo amore senza condizioni che può guarire anche le ferite più profonde.
Questo significa offrire un nuovo inizio. Quel “Va’ e d’ora in poi non peccare più” è una proposta di risurrezione, di futuro. I nostri figli hanno bisogno di sapere che, nonostante tutto ciò che è accaduto nella loro vita, il futuro è aperto, e può essere bello. E noi genitori siamo lì, giorno dopo giorno, a offrire loro quella seconda possibilità – o forse la terza, la quarta … come fa Dio con ciascuno di noi.
Ecco, allora, che la famiglia adottiva diventa Comunità di misericordia, dove tutti possono essere se stessi senza paura, dove si cade e ci si rialza insieme, camminando insieme verso la salvezza.
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