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Il Vangelo dell’Accoglienza. Accogliere le proprie fragilità per riuscire ad accogliere chi è più fragile di noi

Domenica 2 marzo (VIII domenica del tempo ordinario) Piera e Francesco Ferruccio (comunità La Pietra Scartata, Arcidiocesi di Lanciano-Ortona, Regione Abruzzo) commentano il passo del Vangelo secondo Luca (Lc 6,39-45)

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,39-45)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

Il commento di Piera e Francesco

Il Vangelo di questa domenica conduce a guardarci dentro, a riflettere su noi stessi. Gesù, in modo esplicito, ci dice che da ciechi che siamo non possiamo insegnare la strada a chi è cieco come noi. Purtroppo, però, la nostra presunzione ci porta a farlo con la convinzione che sia giusto, perché pensiamo di conoscere la strada pur non avendola mai percorsa.
Spesso siamo portati a pensare che non abbiamo bisogno di conoscere perché sappiamo abbastanza e non abbiamo più bisogno di chi ci insegna perché presumiamo di sapere già. Questo ci porta ad un atteggiamento di superiorità verso il prossimo, senza capire che tutti siamo discepoli e l’unico Maestro è lui, è il Signore.
Ci fa male quando ci definisce “IPOCRITI”. È una parola pesante, dura da accettare. L’ipocrita è colui che in pubblico mostra di avere valori, virtù che in realtà non ha. L’ipocrita è colui che dichiara di avere principi morali, etici, sociali, religiosi che poi, in realtà, non rispetta. E quanti di noi, davanti a uno specchio, possono definirsi “non ipocriti”?
È facile fare la morale agli altri, vedere la pagliuzza nell’occhio di un nostro fratello e non accorgerci della trave che è nel nostro occhio. Vogliamo insegnare agli altri, giudichiamo, spesso, con arroganza e senza chiederci se, magari, dietro ad un atteggiamento che può sembrare sbagliato c’è un disagio interiore.
La cecità di cui parla Gesù è la mancanza di umiltà, di comprensione, di ascolto, di Amore.
Quanto è importante amarsi e riconoscersi esseri umani che non hanno paura delle proprie debolezze, delle proprie fragilità, dei propri limiti, dei propri errori!
Solo se ci amiamo e ci riscopriamo esseri umani, possiamo entrare in relazione con i nostri fratelli, i nostri figli.
Impariamo ad accogliere le nostre fragilità e insieme potremmo percorrere quella strada che ci porta alla vita vera.

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