Domenica 26 gennaio (III domenica del Tempo Ordinario) Cristina e Paolo Pellini (comunità La Pietra Scartata, Diocesi di Milano, Regione Lombardia) commentano il passo del Vangelo secondo Luca (Lc 1,1-4;4,14-21)
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1,1-4;4,14-21)
Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore». Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Il commento di Cristina e Paolo
Siamo con questo brano all’inizio del vangelo di Luca scritto per l‘amico Teofilo, figura storica alla quale desidera raccontare con esattezza la storia di Gesù. Teofilo, ”amico di Dio” in greco, può rappresentare però anche ciascuno di noi cercatori, ognuno a modo proprio, di Dio.
Il capitolo 4 narra dell’inizio del magistero di Gesù, raccontando del suo insegnamento nelle sinagoghe della Galilea, sua patria. Ovunque era ben accolto. Si reca anche nella sinagoga della sua città, Nazaret, dove iniziano i guai. Infatti dopo avere insegnato, spiegando chiaramente lo scopo della sua missione, ci sarà una forte incomprensione coi suoi concittadini, al punto che tenteranno addirittura di ucciderlo! È chiaramente una prefigurazione di quanto accadrà al Maestro con la sua passione.
Ma il centro di questo brano è la parte in cui Gesù parla della sua missione: mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore. La sua missione diventa nostra nel momento in cui abbiamo deciso di seguirlo.
Queste parole di Gesù non lasciano dubbi, obbligano a metterci di fronte ai fatti, e diventano provocazione e possibilità di verifica del nostro cammino di fede. Porto ai poveri il lieto annuncio di salvezza? Nel nostro fare personale o associativo, quando valore diamo all’aspetto sociale del riconoscere un diritto e quanto a quello di “liberazione” degli animi? Un bambino accolto è un bambino liberato dalla schiavitù di una vita nell’assistenza o una persona a cui aprire gli occhi per sperare nella salvezza del Padre?
Può sembrare nella pratica che le due opzioni non mostrino differenza, ma nella sostanza accogliere nel nome di Cristo significa proclamare l’anno di grazia del Signore. Questa è la vera misura dell’agire quando si fa del bene (o si pensa di farlo).
Lo Spirito del Signore è sopra di me: Gesù, morendo per noi, ci ha guadagnato a caro prezzo quello Spirito Santo che ci è stato trasmesso in abbondanza nel battesimo e che ci dà la forza, il coraggio, la costanza, la serietà per perseguire la nobilissima missione di aiutare i piccoli.
Spirito Santo, tu che, entrando nei nostri cuori, ci doni il coraggio e la forza per propagandare l’affido e l’adozione, rendici costanti nel nostro cammino e fa che non ci scoraggiamo mai di fronte alle incomprensioni coi fratelli.
Gesù, Maestro divino, guidaci nel nostro impegno e fa che noi ci riferiamo sempre a te come a un modello di comportamento. Amen.
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