Domenica 15 dicembre (terza domenica di Avvento) Elena e Pasquale Salvemini (Gruppo famiglie, regione Puglia) commentano il passo del Vangelo secondo Luca (Lc 3,10-18)

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 3,10-18)
In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.
Il commento di Elena e Pasquale
Il brano evangelico è facilmente divisibile in due parti. La prima è riferita al dialogo tra il Battista e la folla e la seconda è dedicata al quesito su chi sia il Messia.
Giovanni chiede alle folle di condividere ciò che uno ha con chi ne è mancante. Gli esempi sono il vestito e il cibo. Ai pubblicani, cioè gli esattori delle tasse che spesso esigevano dai contribuenti somme maggiorate, chiede di non pretendere più del dovuto. Ai soldati chiede di non maltrattare, di non usare violenza.
Molti si domandavano, riguardo Giovanni, se non fosse lui il Cristo; Giovanni, con autenticità e verità, dice la distanza tra sé e il Messia. Non usurpa il posto che non è suo, ma aderisce alla sua verità e resta al suo posto. Anzi si definisce un servo del Messia, indegno anche di slegare i lacci dei suoi sandali.
Le indicazioni concrete presenti nella predicazione di Giovanni suggeriscono che la fede deve fare i conti con la realtà quotidiana, invitando a vivere la carità e ricercando i segni della presenza del Signore nella nostra vita. La certezza che il Signore è sempre al nostro fianco apre alla gioia e alla fiducia. In un mondo pieno di contraddizioni, di ombre e di nubi minacciose il credente non può aggiungere tristezza a tristezza; egli deve ricordare che ha ricevuto e che deve annunciare una “buona notizia”, il Vangelo della speranza e della gioia.
Nel brano evangelico oggi ci sono due domande che vengono poste: «che cosa dobbiamo fare?», con la chiara risposta/invito a non fare del male agli altri e a condividere con gli altri; la seconda domanda sottointesa è «sei tu il Messia?» e Giovanni riconosce il suo essere semplicemente colui che annuncia la venuta del Messia.
Se riflettiamo, la consapevolezza del Battista ci fa pensare come questo non sia semplice per un bambino/ragazzo adottato il quale spesso considera le sue condizioni interrogandosi: sono nato in un Paese e ora vivo in un altro, parlavo una lingua ora ne parlo un’altra, ho tratti somatici diversi da chi mi circonda, mamma e papà affermano di amarmi e chi mi assicura che anche loro non vadano via? Poi, tu dove eri mentre io ero da solo in istituto?
Ed ecco che torna anche per i genitori la domanda: «che cosa dobbiamo fare?»
Trovare insieme le risposte che i nostri figli cercano: ora parliamo la stessa lingua, viviamo nello stesso Paese, i nostri tratti somatici diversi ci rendono belli nella nostra diversità; non sei più solo/a e non andremo mai via, non ti lasceremo solo.
Ecco cosa dobbiamo fare: stare accanto ai nostri figli.
In queste ultime domeniche di avvento affidiamo a Maria i nostri figli in attesa di risposte per trovare la loro serenità e chiediamo al Signore di aiutarci nel sostenerli sempre senza mai arrenderci così come Lui non ci fa mai mancare la sua presenza e il suo amore.
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