Domenica 13 ottobre (XXVIII domenica del Tempo Ordinario) Elena e Pasquale Salvemini (Gruppo famiglie, regione Puglia) commentano il passo del Vangelo secondo Marco (Mc 10,17-27)

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 10,17-27)
In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».
Il commento di Elena e Pasquale
Il vangelo di oggi ci parla di un incontro tra Gesù e un giovane ricco. Quel giovane è pieno di entusiasmo quando corre incontro a Gesù; egli sa chi ha di fronte tanto da chiamarlo Maestro buono. Chiede a Gesù cosa fare per avere la vita eterna. Non è una pia domanda, quella del giovane, ma è la dimensione stessa dell’uomo, assetato di felicità, alla continua ricerca, talvolta affannosa, della gioia. Gesù gli chiede di osservare i comandamenti ed egli gli risponde che lo fa. Allora Gesù osa, ma prima – dice il vangelo – lo amò. Bellissimo quell’atteggiamento di Gesù che sa cosa sta per chiedergli e sa che, forse, quel giovane non accetterà; eppure lo ama lo stesso. Gesù offre a quel giovane una possibilità, osa chiedere perché egli sa donare senza misura: gli chiede di lasciare tutto per trovare il Tutto. Ed ecco che l’entusiasmo di quel giovane svanisce; l’evangelista sottolinea come il volto dell’uomo si fece scuro e andò via rattristato.
Per seguire Cristo non basta limitarsi a seguire i comandamenti, ma ci deve anche essere disaffezione dai beni materiali, indicando come la ricchezza non consista tanto nello spessore del portafogli, come un cuore intasato da preoccupazioni e rinchiuso nell’egoismo. In questo il giovane ricco sbaglia, perde l’occasione della sua vita, perché non investe il suo tempo, la sua disponibilità, i suoi beni, i suoi sforzi, alla ricerca del Regno. Ha paura di lasciare un nulla sicuro per un tutto che reputa incerto, e perciò perde la vita vera.
Infine, gli apostoli, sbigottiti, chiedono a Gesù qual è la sorte di chi si avventura nella radicale via del Vangelo. E questo umanissimo Gesù li rassicura perché garantisce che la vita del cristiano è già, sin d’ora, colma di fraternità e di ricchezza nello Spirito, che è già vita vera.
Nell’atteggiamento di quel giovane ci riconosciamo un po’ tutti; ognuno di noi, nella propria vita, ha avuto un attimo di incertezza. Quante volte la paura di affrontare alcune situazioni (ad es. “presentiamo la domanda di adozione o no?”, oppure “la gente dice che i bambini adottati hanno un sacco di problemi, danno un sacco di complicazioni”; …) ci ha bloccati? Se ci fossimo fermati ad ascoltare solo queste preoccupazioni, nostro figlio starebbe ancora in istituto. Ma è stato proprio nostro figlio a farci comprendere come sia fondamentale lasciare le presunte “certezze”: per quanto brutto possa essere un istituto, per un bambino abbandonato è la sua “certezza” e lasciarlo per un’incertezza che viene da due estranei che ti chiedono di essere i tuoi genitori, non è proprio semplice. Sì, è da loro che dobbiamo prendere esempio; i nostri figli non si lasciano spaventare, ma si “abbandonano” tra le braccia di chi gli tende la mano, lasciano che quella incertezza diventi certezza. Ecco perché noi adulti siamo chiamati a far sì che quando si parla di adozione lo si faccia nel modo giusto cosicché i luoghi comuni – le “convinzioni della gente” – non blocchino chi vuole aprire la propria famiglia all’accoglienza, all’adozione. Lasciamoci, invece, ispirare da quello sguardo d’amore di Gesù.
Aiuta La Pietra Scartata a continuare la sua missione facendo una donazione. In questo modo, il futuro de La Pietra Scartata sarà anche il tuo. Grazie.





