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Ogni volta che noi amiamo qualcuno e non noi stessi, viviamo per Gesù Bambino/Abbandonato

Domenica 18 agosto 2024 (XX domenica del Tempo Ordinario). Cristina e Fernando Carallo (Comunità La Pietra Scartata, Diocesi di Lecce, Regione Puglia) commentano il Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,51-58)

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,51-58)

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Il commento di Cristina e Fernando

In questo passo del Vangelo si nota l’insistenza di Gesù quando dice che bisogna mangiare la sua carne e bere il suo sangue.
I Giudei non comprendono ciò che dice Gesù, non ascoltano la sua spiegazione: “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”.
Mangiare Lui vuol dire vivere per Lui.
Gesù con questo introduce la possibilità di vivere non per se stessi, ma di vivere per qualcuno, cioè amare l’altro. Ogni volta che noi amiamo qualcuno e non noi stessi, viviamo per Lui.
Questo è il mistero dell’Eucarestia che va sperimentato per mezzo dell’amore che permette a Lui di vivere in noi.
Pensiamo che questo mistero sia avvenuto nel momento in cui noi, coppie desiderose di creare una famiglia, ma impossibilitate biologicamente, abbiamo compreso che non dovevamo pensare solo a noi e a quella mancanza; quell’amore che ci univa, sancito dal sacramento del Matrimonio, dove abbiamo “sperimentato” l’Eucarestia, doveva continuare ad essere vitale e, in tal modo, abbiamo aperto la nostra vita ad accogliere l’altro. L’“altro” sono stati i nostri figli e Lui ha continuato a vivere e questo mistero continua ogni giorno, ogni volta che mettiamo da parte il nostro “io” per dare spazio a coloro ai quali abbiamo donato la vita per la seconda volta.
Questo è l’amore non spiegato, ma vissuto, a volte, anche sofferto: ci fa sentire che Lui è con noi e ci ha salvato da una solitudine mortifera.

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